di Emanuele Esposito
Per anni abbiamo raccontato agli italiani all’estero che erano “centrali”: per l’economia, per la cultura, per la diplomazia. Eppure, entrando nel merito della rappresentanza reale, emerge un sistema che appartiene a un’altra epoca.
Oggi la rappresentanza degli italiani nel mondo si regge su due pilastri principali: i Comites e il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE). Strutture nate con spirito partecipativo, ma rimaste intrappolate in un modello consultivo che non decide, non incide e non risponde direttamente ai cittadini. La domanda non è ideologica: funziona davvero?
I Comites sono 108 nel mondo. Il CGIE coordina a livello centrale. Il loro ruolo è consultivo, senza potere vincolante, gestione di fondi decisionali o capacità di imporre soluzioni. Nel frattempo, esistono parlamentari eletti all’estero, consolati, ambasciate e uffici MAECI. La sovrapposizione è evidente, così come la frammentazione. E i costi? Una stima prudenziale supera gli 11 milioni di euro all’anno tra contributi, rimborsi, funzionamento e logistica. Undici milioni per un sistema che non decide.
Il confronto con l’Australia è chiaro: ogni parlamentare ha un ufficio territoriale con staff, budget, rendicontazione pubblica e responsabilità diretta verso gli elettori. Nessun organismo consultivo permanente.
La proposta è semplice: superare gradualmente Comites e CGIE e istituire quattro Uffici di Rappresentanza Politica macro-continentali, con staff professionale, budget trasparente e rendicontazione annuale. Costo stimato: circa 2 milioni di euro annui, con un potenziale risparmio di 9 milioni da destinare a servizi concreti: rafforzamento del personale consolare, digitalizzazione pratiche AIRE, riduzione tempi cittadinanza, tutela legale per italiani detenuti all’estero.
Non si tratta di punire nessuno, né di cancellare la partecipazione. Si tratta di dare forma più efficace a una rappresentanza globale, digitale, ed economicamente strategica.
