Il dibattito sul burqa in Australia è tornato alla ribalta sui social, spesso con toni duri: “Quando scegli di vivere in Australia, scegli i nostri valori, il nostro stile di vita, i nostri standard”. La frase pubblicata il giorno di Natale in un post Facebook riflette una percezione diffusa: l’integrazione non è facoltativa, ma un patto implicito tra chi arriva e il Paese che accoglie.
L’Australia è una nazione costruita sull’immigrazione, ma non sull’assenza di regole. Il multiculturalismo non significa relativismo totale: libertà individuali e rispetto delle norme pubbliche devono coesistere. In questo contesto, il velo integrale, burqa o niqab, diventa oggetto di dibattito non solo per motivi religiosi, ma anche per questioni pratiche: riconoscibilità, comunicazione e sicurezza, in particolare dopo i fatti di Bondi Beach.
In una società che valorizza il “guardarsi in faccia”, il volto scoperto rappresenta apertura e reciprocità, oltre che una manifestazione personale a favore dello stile di vita australiano.
Tuttavia, non mancano commenti dal tipo: “follow the rules or go back where you belong”. Questi toni, purtroppo, rischiano di trasformare una discussione legittima in una retorica di esclusione. L’integrazione è un processo, non un interruttore che si accende all’atterraggio. Chi arriva in Australia spesso lo fa perché ne ammira i valori: libertà, opportunità, stato di diritto.
La sfida reale è coniugare fermezza e accoglienza. Chiedere rispetto delle leggi è giusto, ma farlo con linguaggio inclusivo e responsabile costruisce convivenza senza umiliare.
L’Australia può e deve difendere i propri valori, ma senza rinunciare all’umanità. Solo così l’integrazione diventa reale e sostenibile, e il rispetto reciproco non resta uno slogan, ma una pratica quotidiana.

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