Un 5% che realmente fa tremare il Palazzo

di Emanuele Esposito

Per anni gli italiani all’estero sono stati raccontati come una nota a margine, una percentuale piccola, un voto “di complemento”, ma oggi, senza quorum, quella percentuale diventa potere. Chi continua a considerare il voto estero un dettaglio amministrativo non ha capito una cosa semplice: nei referendum costituzionali conta solo chi vota, non chi potrebbe, non chi ha diritto, conta chi mette la scheda nell’urna. Se dall’estero arrivano 1,2 o 1,4 milioni di voti validi, quel 5% può valere più di intere regioni italiane, e se in Italia il risultato si gioca sul 51% contro il 49%, il margine può essere di poche centinaia di migliaia di voti; un 60/40 dall’estero significa uno scarto netto di oltre 250 mila voti, un 65/35 oltre 350 mila, tradotto: se la forbice interna è stretta, l’ago della bilancia non sarà a Roma ma nel mondo. Per anni si è detto che gli italiani all’estero sono lontani, distratti, poco coinvolti, eppure sono oltre sei milioni gli iscritti all’AIRE, vivono fuori dai confini ma votano per la Repubblica, pagano, lavorano, rappresentano l’Italia nel mondo, e oggi qualcuno scopre che contano. Chi ha marginalizzato il voto estero, chi lo ha visto come un fastidio burocratico o come folklore elettorale, deve fare i conti con un dato ineludibile: senza quorum, ogni voto pesa allo stesso modo e non esistono italiani di serie A o di serie B. Se in Italia l’affluenza calerà sotto i 20 milioni di voti validi, il peso dell’estero supererà il 6%, non sarà più una percentuale ma un fattore decisivo; non è una rivincita, è una responsabilità, e gli italiani all’estero non chiedono privilegi, chiedono rispetto, rispetto per un voto che può determinare l’esito di una riforma costituzionale, rispetto per una comunità troppo spesso evocata solo in campagna elettorale e rispetto per milioni di cittadini che non hanno mai smesso di sentirsi italiani. Se la forbice sarà stretta, come indicano i sondaggi, il risultato finale potrebbe arrivare da Sydney, Buenos Aires, Toronto o Londra, allora sarà chiaro a tutti che l’estero non è periferia ma centro