Schiera di esodati

Non è più una crisi, è una diaspora. Una fuga collettiva di responsabilità che lascia dietro di sé macerie politiche, istituzionali e sportive. 

Si inizia dalla Federcalcio per finire ai palazzi del potere, l’Italia assiste a una vera e propria schiera di dimissionari: dirigenti, ministri, sottosegretari che abbandonano il campo uno dopo l’altro, spesso in ritardo, quasi sempre sotto pressione.

Il primo epicentro del terremoto è il calcio, simbolo nazionale per eccellenza. Le dimissioni di Gabriele Gravina, presidente della FIGC e l’addio a catena del capo delegazione della Nazionale, l’ex portiere Gianluigi Buffon, segnano il punto più basso di una crisi sportiva che ormai è sistemica. 

La mancata qualificazione ai Mondiali – l’ennesima – non è solo un fallimento tecnico, come per anni si è voluto far credere, ma la certificazione di un sistema legato al denaro, alle amicizie e ai favoritismi, decisamente incapace di rigenerarsi.

Buffon dice che qualcuno l’aveva invitato ad attendere prima di ritirarsi. Lui parla di “atto di responsabilità”, ma il retrogusto è amaro: perché aspettare? Perché non dimettersi subito, nel momento del disastro? La risposta, non detta ma evidente, è politica. In Italia si lascia solo quando non si può più restare.

E se all’ultimo sono arrivati anche gli addii del ct Gennaro Gattuso, la Federcalcio appare svuotata, senza guida e senza visione. Un vuoto che rischia di trasformarsi in paralisi.

Ma il contagio non si ferma allo sport. Nel Governo Meloni, il copione sembra essere lo stesso. La politica, come il calcio, è lo specchio del Paese. 

Il sottosegretario alla giustizia, Andrea Delmastro Delle Vedove lascia tra polemiche e ombre giudiziarie, seguito dalla capo di gabinetto Giusi Bartolozzi. Poco prima era toccato alla ministra Daniela Santanchè, dimessasi con una lettera che suona più come un atto di difesa personale che un’assunzione piena di responsabilità. E quel “pago anche per gli altri” è una classica frase che generalmente vediamo in queste strane occasioni di disfatta pubblica.

Sul fondo, la regia politica della premier Giorgia Meloni, che prova a contenere l’emorragia ma non riesce a evitare l’effetto domino. Le opposizioni parlano apertamente di “implosione”, mentre nella maggioranza cresce il nervosismo e anche i franchi ritatori.

Il dato che emerge è uno solo: nessuno vuole essere l’ultimo a lasciare la nave, ma tutti aspettano che sia qualcun altro a fare il primo passo. Così le dimissioni diventano tardive, forzate, mai realmente volontarie. E intanto il Paese osserva.

Osserva un calcio allo sbando, incapace di qualificarsi ai Mondiali e di produrre una classe dirigente credibile. Osserva una politica che reagisce solo sotto pressione, più attenta a gestire l’emergenza che a prevenirla. Osserva, soprattutto, una classe dirigente che sembra aver smarrito il senso del tempo: quello della responsabilità immediata.

La “schiera di esodati” non è solo una sequenza di dimissioni. È il sintomo di una crisi più profonda: quella della leadership. In Italia si resta troppo a lungo e si lascia troppo tardi. E quando si va via, spesso non è una scelta, ma una resa.

Nel frattempo, le istituzioni restano scoperte, i progetti incompiuti, le riforme sospese. E il rischio più grande è che, finita l’ondata emotiva, tutto torni come prima. Stessi volti, stessi meccanismi, stessa inerzia. Perché nel Belpaese, più che dimettersi, si sopravvive. Fino al prossimo crollo.