di Pino Forconi
L’Ignimbrite Campana fu una delle più tremende e catastrofiche eruzioni vulcaniche mai avvenute nel bacino del Mediterraneo. Si verificò circa 39.000 anni fa ed è considerata la più grande eruzione dell’area mediterranea in epoca preistorica. Si calcola che l’eruzione sia durata quasi sette ore e abbia scaricato oltre 67 chilometri cubi di materiale vulcanico, ricoprendo l’intera Campania e le zone circostanti con uno strato di tufo e rocce spesso anche più di 100 metri.
Circa 2.500 anni fa, i Greci iniziarono a scavare questo enorme banco di tufo, ricavando materiale più che sufficiente per costruire case, templi e mura di cinta. Successive eruzioni, avvenute intorno a 15.000 anni fa, crearono un ulteriore strato chiamato “tufo giallo napoletano”, anch’esso ampiamente utilizzato nell’edilizia.
È proprio grazie a questi eventi che sotto la città di Napoli esiste oggi una fittissima rete di gallerie e cunicoli che si estende per decine di chilometri. Nel corso dei secoli questi spazi sotterranei sono stati trasformati in acquedotti, cave, rifugi e luoghi di culto, fin dall’epoca avanti Cristo. Durante la Seconda Guerra Mondiale furono adattati a rifugi antiaerei per proteggere la popolazione dai bombardamenti.
Ancora oggi, dal sottosuolo emergono reperti archeologici di grande valore, in parte visitabili: dall’ingresso di Piazza San Gaetano nel centro storico, alla Galleria Borbonica in via Domenico Morelli, antico rifugio antiaereo e acquedotto di via Monte di Dio, fino agli ipogei ellenistici e ai rifugi di Sant’Anna. In Piazza San Gaetano si può ammirare anche l’acquedotto greco-romano, perfettamente integrato nel tessuto urbano.
I primi scavi sotterranei, opera dei Greci, risalgono a circa 2.500 anni fa e proseguirono nel III secolo avanti Cristo per ricavare blocchi di tufo necessari alla costruzione di mura e templi. Furono proprio i Greci a scoprire le rocce gialle del Monte Echia, un piccolo vulcano spento situato sotto l’attuale Piazza del Plebiscito. In epoca romana, ai tempi di Augusto, questi sotterranei furono ampliati con gallerie interconnesse e acquedotti che portavano l’acqua dal fiume Serino, a oltre 70 chilometri da Napoli.
Molti di questi acquedotti furono chiusi dopo la grande epidemia di colera del 1885. Durante la Seconda Guerra Mondiale le gallerie furono dotate di illuminazione elettrica e lavori di consolidamento per permettere il passaggio dei rifugiati e dei veicoli di servizio. Purtroppo, ancora oggi, alcune zone sotterranee vengono utilizzate anche per attività illecite.
Da quei lontani eventi di 39.000 anni fa, la terra sotto Napoli non ha mai smesso di muoversi. L’area dei Campi Flegrei è soggetta a un continuo sciame sismico, con scosse frequenti anche negli ultimi giorni. La storia ricorda il terremoto di Pompei del 62 d.C. e la celebre eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Oggi si parla talvolta di una possibile grande eruzione futura, ma si spera che resti solo un’ipotesi: i sismografi dell’area campana sono costantemente in allerta.
Nota: Nel racconto si parla dei Greci a Napoli perché furono loro a fondare Neapolis (“Città Nuova”) nell’VIII secolo a.C., seguendo il modello urbanistico dell’architetto Ippodamo di Mileto, poi adottato anche dai Romani per i loro accampamenti militari. Ancora una volta, la storia riporta alla luce realtà straordinarie che spesso ignoriamo, ma che continuano a vivere sotto i nostri piedi.
