Epstein, o l’orgia del potere. Ma il problema è il potere, non l’orgia

di Alessio Mannino

Epstein, o l’orgia del potere. Ciò che cattura lo sguardo di chi scorre quei files è l’orgia, intesa come infrazione di tabù: sesso con minorenni, sevizie, omicidi, antropofagia. Il potere si conferma fonte di corruzione. È questa la lettura immediata che emerge dal diluvio di commenti e analisi sui social media, dove l’attenzione è intensa, eppure più circoscritta rispetto ai media giornalistici tradizionali. L’enormità dei fatti, al momento indiziari, giustifica la reazione di ribrezzo e sdegno, incluso il voyeurismo, talvolta morboso, che accompagna la curiosità quando i crimini sono gravi e, specialmente, sessuali. 

1) Perché Trump ha deciso di sganciare adesso la bomba

Lo sblocco di tre milioni di documenti, pur con omissis che hanno lasciato coperti nomi importanti, è stato deciso per una precisa necessità politica. Il presidente statunitense ha scelto di dare all’opinione pubblica repubblicana, in particolare alla base elettorale Maga, un osso da spolpare nei mesi che precedono la campagna elettorale per le midterm. I sondaggi, impietosi, lo danno in picchiata, e la mossa serve a mettere in imbarazzo il fronte politico-culturale avverso, che va da Clinton a Gates, anch’esso coinvolto nel sistema Epstein. Non va dimenticato che lo stesso procuratore Acosta, che nel 2009 rischiò di lasciar libero Epstein, è stato poi nominato da Trump segretario al Lavoro. Questo sottolinea quanto il mondo imprenditoriale e politico in cui Epstein operava fosse intrecciato, e quanto i confini tra affari, potere e corruzione fossero labili. Epstein, procacciatore d’affari e figura criminale allo stesso tempo, navigava con disinvoltura in queste acque torbide, diventando sempre più centrale in certi circoli di potere.

2) Perché sono più importanti i nomi “minori”

Scorrendo i file, emerge un dato sociologico di grande interesse. La classe padronale, immersa tra finanza e politica, non è composta solo da grandi nomi – come l’ex principe Andrea o l’ex premier israeliano Barak – ma anche da politici di seconda fila, diplomatici, affaristi e rappresentanti del jet set internazionale. Peter Mandelson, già anima nera di Tony Blair, ne è un esempio significativo. È proprio in questo sottobosco di figure meno appariscenti che Epstein ha potuto muoversi con maggiore libertà, tessendo reti di conoscenze e favori. Persone come Leslie Wexner e Peter Thiel hanno consentito, con la loro posizione e con le loro risorse, di aprirgli porte altrimenti inaccessibili, permettendo la scalata di un “signor nessuno” di Brooklyn fino a entrare nei circoli più esclusivi dell’élite globale.

3) Perché le “grandi” menti della cupola si rivolgevano a un possibile ricattatore

Il fatto che protagonisti famosi abbiano frequentato Epstein, nonostante il rischio evidente di ricattabilità, si spiega con la psicologia del potere. Vivere in una bolla di privilegi – case lussuose, limousine, aerei privati come il famigerato Lolita Express – genera una sensazione di impunità. L’appartenenza ai circoli d’élite rassicura: anche se Epstein era pedofilo, la sua integrazione negli ambienti dell’alta società lo rendeva “sicuro” agli occhi dei potenti. La normalità del potere fa dell’abuso delle regole il suo marchio distintivo: chi può, esercita, e lo fa senza timore di conseguenze immediate. Perfino figure progressiste o apparentemente virtuose possono percepire Epstein come un “male tollerabile” dentro la dinamica sociale, perché fa parte del tessuto delle relazioni di élite, dove ipocrisia, calcolo e opportunismo convivono.

4) Perché l’Epstein-gate fotografa la psicopatologia del potere

Il potere oggettivizza: induce chi ne gode a trattare gli altri come oggetti, da possedere e manipolare. Chi possiede potere desidera sempre di più, e la logica è illimitata, simile a quella del denaro, che distorce tutto ciò che tocca. Persone diventano cose, strumenti da usare. Questo riflette un vuoto interiore nell’uomo potente: l’incapacità di sentire l’altro come soggetto, non come oggetto. L’ambiente sociale amplifica questa predisposizione: chi cresce e si muove in circoli dove la regola non scritta è sfruttarsi a vicenda, sviluppa un’insensibilità strutturale. Anche chi evoca satanismo o altre forme esoteriche, si illude di distinguersi moralmente, ignorando quanto l’attrazione dei privilegi da semi-dèi possa essere irresistibile per individui già inclini a fantasie proibite.

5) Perché il modello occidentale è il campo ideale per l’immoralismo organizzato

Il confine della trasgressione occidentale è sottile. La nostra società ha fatto dell’ego l’unità di valore primaria. L’individuo crede che la libertà consista nel non nuocere agli altri, ma molti interpretano la legge morale come secondaria rispetto alla sopraffazione personale. Il modello liberale e individualista, nel suo esito nichilista, offre terreno fertile all’“anarchia del potere”: pedofili e malati ci sono sempre stati, ma fino a pochi decenni fa la sanzione morale era più stringente. Gli impuniti come Epstein operano oggi con leggerezza e sicurezza, convinti che lo scandalo non raggiungerà la massa, e che i media possano relativizzare i fatti senza alcuna conseguenza reale. Questo cinismo interclassista è la base su cui la loro sicurezza si fonda: l’impunità percepita diventa un incentivo a continuare a compiere atti immorali senza timore.

6) Perché il giudizio politico è il vero grande assente

L’Occidente reagisce più moralmente che politicamente. Il caso Epstein dimostra che indignarsi non significa cambiare l’assetto sociale. 

L’indignazione, pur intensa, non si traduce in azione concreta per modificare l’ordine costituito. Ci si limita a cercare colpevoli immediati, senza comprendere le radici profonde dei fenomeni. Non si indagano le origini storiche, le dinamiche evolutive, le strutture di dominio che permettono a pochi di esercitare potere sugli altri. Questo atteggiamento lascia intatto il meccanismo dell’orgia del potere.