È stato bello sognare. Ma ancora una volta il risveglio è stato amaro, confuso e profondamente italiano. Milan-Como non si giocherà a Perth, e quella che doveva essere la grande vetrina internazionale della Serie A finisce archiviata come una delle pagine più grottesche della recente storia del nostro calcio.
La decisione è definitiva e arriva dopo settimane di annunci, smentite, rassicurazioni e retromarce. Un tira e molla che ha stancato tutti, tranne chi quel progetto lo ha difeso fino all’ultimo, salvo poi arrendersi davanti all’evidenza. La motivazione ufficiale è racchiusa in un comunicato lunghissimo e farraginoso, firmato dalla Lega Serie A e dal governo del Western Australia: rischi finanziari non sostenibili, condizioni di approvazione onerose, complicazioni dell’ultimo minuto. Tradotto: l’operazione non stava in piedi.
A far saltare il banco, come emerge anche dal racconto della stampa internazionale, è stata soprattutto l’escalation di richieste definite “inaccettabili” arrivate dall’Asian Football Confederation. L’AFC avrebbe preteso di imporre una serie di condizioni, tra cui il controllo sulla designazione arbitrale e altri vincoli organizzativi che hanno trasformato un’idea già fragile in un incubo gestionale. Solo pochi giorni prima la Lega aveva fatto sapere che tutto era stato risolto. Evidentemente non era così.
E pensare che sarebbe stata la prima partita di un grande campionato europeo disputata fuori dal Paese di appartenenza. Un precedente che avrebbe dovuto aprire nuovi mercati, seguendo l’esempio di NFL, NBA o di altri sport globalizzati. Peccato che il calcio non sia una tournée estiva né un’esibizione, ma un campionato con regole, tradizioni e soprattutto tifosi.
Tifosi che, non a caso, erano stati i primi a bocciare l’ipotesi. Una trasferta di 15-20 ore di volo, in piena estate australiana, con fusi orari impossibili e un calendario già congestionato. Contrari anche molti addetti ai lavori, compreso Cesc Fàbregas, allenatore del Como, che non ha mai nascosto il proprio scetticismo. Alla fine si è aggiunta anche la politica: “una fesseria”, ha tagliato corto Matteo Salvini. Andrea Abodi ha parlato di un cuore gettato “oltre l’ostacolo con leggerezza”, ricordando che il rispetto per i tifosi si dimostra con i fatti, non con operazioni di marketing.
Il risultato è una figuraccia internazionale certificata anche dall’estero. Non è un caso che il paragone più immediato sia con la Liga, che solo due mesi fa aveva dovuto cancellare il progetto di portare Barcellona-Villarreal a Miami dopo le proteste e le resistenze interne. Cambiano i Paesi, ma il copione è lo stesso: grandi annunci, forse poca condivisione, e una retromarcia finale.
A rimanere isolato è il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, che fino a pochi giorni fa parlava della gara in Australia come di una certezza. Ora il tono è difensivo: le richieste dell’AFC comportavano rischi finanziari troppo elevati per la Lega e per il governo del Western Australia. Eppure, proprio Simonelli continua a parlare di “occasione persa per la crescita del campionato italiano”. Forse, più semplicemente, è stata un’occasione persa per fermarsi prima.
In questa storia c’è anche chi aveva sposato il progetto con entusiasmo. Il Como, in particolare, aveva parlato di “missione comune” per riportare la Serie A al centro del calcio mondiale, arrivando persino a offrire la trasferta a 50 tifosi.
Un sacrificio, diceva il club, per il bene comune e la sopravvivenza della Lega. Parole rimaste oggi come un manifesto ingenuo di fronte alla realtà.
Ora resta il caos organizzativo. L’8 febbraio non si giocherà comunque, perché San Siro è indisponibile per i preparativi delle Olimpiadi di Milano-Cortina. Si parla di un rinvio di un paio di settimane, sempre al Meazza. L’ennesima soluzione tampone, dopo l’ennesimo pasticcio.
È stato bello sognare, sì. Per ora, tutto il resto, Perth compresa, può aspettare.

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