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Dopo settimane di tensioni, ultimatum e manovre militari nel Golfo, l’alba è arrivata con il rumore delle esplosioni. Gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato una vasta operazione coordinata contro l’Iran, colpendo obiettivi militari e strategici in diverse città, tra cui Teheran, Qom, Isfahan e Kermanshah.
Il quadro è in rapida evoluzione e le informazioni restano frammentarie. Le prime ore sono state segnate da dichiarazioni contrastanti, rivendicazioni, smentite e rilanci. La guerra, per ora, è anche una guerra di narrazioni.
La morte di Khamenei: conferme, smentite e propaganda
Secondo fonti israeliane e dichiarazioni del presidente americano Donald Trump, la Guida Suprema iraniana, l’Ali Khamenei, sarebbe stata uccisa in un raid che avrebbe distrutto il suo compound a Teheran.
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha parlato di “numerosi leader del regime eliminati”, mentre Trump ha rivendicato l’operazione come “giustizia per il popolo iraniano e per l’America”.
Tuttavia, nelle stesse ore, media iraniani hanno annunciato un imminente discorso alla nazione di Khamenei. Un elemento che rende il quadro ancora più incerto. In scenari di guerra ad alta intensità, la comunicazione strategica diventa parte integrante del conflitto: annunciare la morte di un leader può essere un’arma psicologica tanto quanto un missile.
Teheran nel panico, risposta missilistica contro Israele e basi USA
Mentre nella capitale iraniana si registrano code chilometriche verso le uscite della città, supermercati presi d’assalto e scuole chiuse, la risposta di Teheran non si è fatta attendere.
Missili balistici sono stati lanciati contro Israele e contro installazioni statunitensi nel Golfo. Esplosioni sono state segnalate in Bahrein, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Qatar. La Quinta Flotta americana in Bahrein sarebbe stata colpita con danni alle infrastrutture, ma senza vittime statunitensi confermate.
Il bilancio umano in Iran è pesante: oltre 200 morti e centinaia di feriti secondo la Mezzaluna Rossa.
L’obiettivo: deterrenza o cambio di regime?
Le dichiarazioni dei leader coinvolti lasciano pochi dubbi sul livello dello scontro.
Trump ha parlato apertamente di distruzione dell’industria missilistica iraniana e ha invitato il popolo iraniano a “prendere il controllo del proprio governo”. Netanyahu ha evocato la possibilità che l’operazione crei le condizioni per un cambio di regime.
Se l’obiettivo fosse davvero quello di rovesciare l’assetto politico di Teheran, lo scenario si allargherebbe inevitabilmente ben oltre un’operazione militare limitata. La storia recente dimostra che il vuoto di potere in Medio Oriente raramente produce stabilità.
L’Europa tra preoccupazione e diplomazia
L’Unione Europea ha espresso forte preoccupazione. L’Alta rappresentante Kaja Kallas ha convocato un Consiglio straordinario dei ministri degli Esteri.
In Italia, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha riunito un vertice di governo e attivato contatti con partner europei e leader del Golfo. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha invitato alla prudenza, temendo un conflitto non breve.
Anche la Francia, con Emmanuel Macron, e la Germania hanno precisato di non aver partecipato ai raid.
La Russia e la Cina hanno chiesto una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, mentre il segretario generale Antonio Guterres ha invocato una cessazione immediata delle ostilità.
Il rischio globale: Hormuz, petrolio, mercati
Il punto nevralgico ora è lo Stretto di Hormuz. Se l’Iran decidesse di bloccarlo, una parte consistente del traffico petrolifero mondiale verrebbe interrotta. Le conseguenze sarebbero immediate su prezzi dell’energia, inflazione e stabilità economica globale.
Non è solo una guerra regionale. È un potenziale shock sistemico.
Congresso USA diviso, Israele compatto
Negli Stati Uniti il Congresso è spaccato. I Repubblicani vicini a Trump sostengono l’operazione; diversi Democratici la definiscono incostituzionale per mancanza di autorizzazione formale del Congresso.
In Israele, invece, l’opposizione ha fatto quadrato attorno al governo, parlando di “unità nazionale” di fronte alla minaccia iraniana.
Un Medio Oriente a un passo dal baratro
La domanda ora non è solo se l’operazione abbia colpito i vertici del regime iraniano, ma se l’escalation possa essere contenuta.
Siamo davanti a tre possibili scenari:
- Escalation controllata: attacchi reciproci limitati, mediazione internazionale, cessate il fuoco.
- Guerra regionale estesa: coinvolgimento diretto di Hezbollah, milizie sciite in Iraq e Siria, ampliamento del conflitto.
- Crollo interno iraniano: instabilità politica, lotte di potere, rischio di frammentazione.
In ogni caso, il Medio Oriente entra in una fase nuova e pericolosa.
La storia si sta scrivendo in queste ore. E il mondo trattiene il respiro.
