Scossone politico nella Coalizione australiana dopo il voto sulle nuove leggi contro l’odio, approvate sull’onda emotiva dell’attacco terroristico di Bondi. Tre senatori dei Nationals – Bridget McKenzie, Susan McDonald e Ross Cadell – hanno rassegnato le dimissioni dal governo ombra meno di 24 ore dopo aver votato contro la posizione ufficiale della Coalizione.
A comunicarlo è stata la leader dell’opposizione Sussan Ley, che ha confermato di aver accettato le dimissioni. I tre senatori resteranno comunque membri della squadra parlamentare della Coalizione, ma fuori dall’esecutivo ombra. La decisione arriva dopo che alcuni esponenti dei Nationals hanno “attraversato l’aula” per opporsi alla riforma laburista sulle espressioni d’odio, giudicata da loro affrettata e potenzialmente limitante della libertà di parola.
Ley ha parlato di una situazione “spiacevole” ma che “richiedeva un’azione chiara”, ribadendo al leader dei Nationals David Littleproud che i membri del governo ombra non possono votare contro la linea ufficiale senza conseguenze. Le divisioni interne sono emerse con forza: alcuni parlamentari hanno votato a favore, altri contro, altri ancora si sono astenuti.
La senatrice Susan McDonald ha spiegato di sostenere l’obiettivo della legge – combattere antisemitismo, odio ed estremismo – ma non il metodo, definendo le riforme “frettolose”. Ha rivendicato il suo impegno per il Queensland e per lo sviluppo del Nord Australia. Anche Ross Cadell aveva già dichiarato di essere pronto a dimettersi se richiesto, in nome della “solidarietà di gabinetto”.
Le tensioni hanno alimentato dubbi sulla leadership di Ley. Dalla maggioranza, la ministra Penny Wong ha messo in discussione la sua autorità, mentre il ministro Murray Watt ha parlato di una prova decisiva per la guida della Coalizione. L’opposizione, dal canto suo, accusa il premier Anthony Albanese di aver “messo un cuneo” tra Liberals e Nationals per dividere il fronte avversario.
Sul caos politico si inserisce anche Barnaby Joyce, passato di recente a One Nation, che ha detto di essere pronto ad accogliere eventuali scontenti. Un segnale che le fratture nella Coalizione potrebbero non essere finite.

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