Un nuovo rapporto di Emergency Leaders for Climate Action avverte: gli incendi boschivi potrebbero costare all’Australia circa 6 miliardi di dollari all’anno per i prossimi trent’anni. Le stagioni degli incendi sono diventate più lunghe del 21%, mentre diminuiscono i volontari impegnati nell’emergenza. Gli esperti chiedono maggiori investimenti in prevenzione, aerei antincendio, satelliti, droni e intelligenza artificiale.
L’Australia si prepara a un’estate potenzialmente difficile sul fronte degli incendi boschivi, mentre il fenomeno climatico El Niño ha già raggiunto un’intensità vicina ai massimi storici e nuove analisi economiche lanciano un allarme sui costi crescenti delle catastrofi naturali.
Un rapporto nazionale elaborato da Emergency Leaders for Climate Action (ELCA), organizzazione che riunisce ex responsabili dei servizi australiani di emergenza, stima che gli incendi, aggravati dai cambiamenti climatici, potrebbero provocare perdite economiche complessive per circa 181 miliardi di dollari australiani nei prossimi trent’anni.
Significa una media di oltre 6 miliardi di dollari all’anno, una cifra che comprende non soltanto abitazioni distrutte e aziende danneggiate, ma anche conseguenze sulla salute, sulla produttività, sull’occupazione e sulle infrastrutture pubbliche.
Il documento, intitolato Prepare or Pay: Counting the Cost of Climate-Fuelled Bushfires, mette in evidenza un secondo problema: proprio mentre il rischio aumenta, la capacità di risposta dei servizi antincendio viene sottoposta a una pressione crescente.
Negli ultimi anni sono diminuiti i volontari, si sono allungate le stagioni degli incendi e si è ridotto il periodo disponibile per effettuare gli interventi preventivi di riduzione della vegetazione combustibile.
Una situazione che preoccupa gli esperti, soprattutto in vista dei mesi più caldi.
Il generale maggiore in pensione Peter Dunn, già responsabile dei servizi di emergenza dell’Australian Capital Territory, ha richiamato la necessità di modernizzare le capacità di prevenzione e intervento, investendo in tecnologie capaci di individuare rapidamente gli incendi prima che diventino incontrollabili.
El Niño è già in corso: il rischio di un evento eccezionale
Uno degli elementi che desta maggiore preoccupazione riguarda l’intensificazione di El Niño, il fenomeno climatico caratterizzato da un anomalo riscaldamento delle acque superficiali dell’Oceano Pacifico equatoriale.
El Niño influenza la circolazione atmosferica e può modificare la distribuzione delle precipitazioni e delle temperature in numerose regioni del pianeta.
In Australia è spesso associato a condizioni più calde e secche in parti del territorio, soprattutto nelle regioni meridionali e orientali, anche se gli effetti variano considerevolmente da un’area all’altra.
Secondo il Bureau of Meteorology, i valori registrati nelle prime settimane di ottobre 2026 indicano un El Niño particolarmente intenso.
L’indice settimanale relativo alla regione Niño 3.4 ha raggiunto +2,81 °C, superando il precedente massimo disponibile nella serie settimanale utilizzata dall’agenzia australiana.
Le proiezioni indicano che il riscaldamento del Pacifico potrebbe aumentare ulteriormente tra novembre e dicembre, con la possibilità di raggiungere livelli eccezionali.
Anche la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) statunitense prevede un evento da forte a molto forte nel corso dei prossimi mesi.
È importante precisare che El Niño non deve ancora arrivare: il fenomeno è già presente e si sta intensificando.
Rimane invece una previsione, e non una certezza, che possa stabilire nuovi primati assoluti secondo tutti gli indicatori climatici utilizzati.
Un El Niño fortissimo non significa siccità ovunque
Gli esperti invitano a non interpretare il fenomeno come una previsione automatica di siccità in tutta l’Australia.
Il Paese è caratterizzato da condizioni climatiche estremamente diverse, influenzate anche dalla temperatura delle acque circostanti, dai sistemi di bassa pressione e dal Dipolo dell’Oceano Indiano.
Il Bureau of Meteorology ha sottolineato che un El Niño molto intenso non produce necessariamente effetti proporzionali sulle precipitazioni australiane.
Possono verificarsi temporali violenti e alluvioni anche durante una fase climatica generalmente associata a condizioni più asciutte.
Lo dimostrano le recenti precipitazioni eccezionali nel Queensland, dove alcune località sono state colpite da inondazioni improvvise, strade sommerse e salvataggi di automobilisti intrappolati.
La presenza di piogge abbondanti in una regione non elimina però il rischio di incendi in altre zone.
Inoltre, dopo periodi piovosi che favoriscono la crescita della vegetazione, successive ondate di caldo possono trasformare erba e arbusti in materiale facilmente infiammabile.
Per questo le autorità valutano il pericolo attraverso diversi indicatori, tra cui umidità del terreno, temperatura, vento, quantità di combustibile vegetale e condizioni climatiche locali.
Incendi sempre più costosi: 6 miliardi di dollari all’anno
Il nuovo rapporto di Emergency Leaders for Climate Action offre una valutazione economica delle conseguenze degli incendi boschivi nel lungo periodo.
Lo studio, realizzato con il contributo della società di consulenza ConnellGriffin, considera non soltanto i danni assicurati ma anche una serie di costi indiretti che spesso non vengono inclusi nelle valutazioni tradizionali.
Le stime indicano un possibile impatto complessivo di circa 181 miliardi di dollari nei prossimi trent’anni, equivalente a una media annuale di circa 6 miliardi.
Secondo il modello utilizzato, le principali componenti del danno economico sono:
- 32%: conseguenze sulla salute e sul benessere delle persone.
- 25%: perdita di produzione e attività economica delle imprese.
- 20%: danni a infrastrutture pubbliche, scuole e luoghi di lavoro.
- 17%: abitazioni e proprietà danneggiate o distrutte.
- 6%: giornate lavorative e occupazione perdute.
Le cifre mostrano come il costo di un incendio non si esaurisca quando vengono spente le fiamme.
Le comunità colpite possono impiegare anni per ricostruire abitazioni, strade, aziende agricole e attività commerciali.
A questi costi si aggiungono le conseguenze sanitarie legate all’esposizione al fumo, alle difficoltà psicologiche e allo stress provocato dalle evacuazioni e dalla perdita delle proprie case.
Le stime del rapporto si basano su uno scenario di elevate emissioni e non rappresentano una previsione certa di quanto verrà effettivamente speso ogni anno.
Il precedente della Black Summer
Il ricordo della stagione degli incendi del 2019-2020, passata alla storia australiana come Black Summer, rimane ancora profondamente impresso nella memoria collettiva.
Le fiamme devastarono vaste aree del New South Wales, del Victoria e di altri Stati, provocando vittime, distruzione di abitazioni e gravi danni agli ecosistemi.
Secondo il rapporto ELCA, un evento di dimensioni paragonabili potrebbe comportare perdite economiche nell’ordine di 27,7 miliardi di dollari.
L’esperienza delle comunità colpite dimostra quanto il recupero possa essere lungo e difficile.
Nella regione delle Snowy Valleys, nel New South Wales, gli incendi distrussero quasi 200 abitazioni e interessarono circa 400.000 ettari di territorio.
La ricostruzione ha richiesto investimenti ingenti per riparare le infrastrutture, rimuovere alberi danneggiati e ripristinare i collegamenti stradali.
Alcuni settori economici, come quello forestale, continuano ancora oggi a subire le conseguenze degli incendi.
Le piantagioni distrutte richiedono infatti molti anni prima di raggiungere nuovamente una dimensione produttiva.
Il danno economico si prolunga così ben oltre la fine dell’emergenza.
Stagioni degli incendi più lunghe del 21%
Uno dei dati più significativi emersi dallo studio riguarda la durata delle stagioni ad alto rischio.
Secondo Emergency Leaders for Climate Action, le stagioni degli incendi in Australia si sono allungate del 21% rispetto al 1979.
L’aumento delle temperature e il cambiamento delle condizioni meteorologiche stanno modificando i periodi dell’anno nei quali gli incendi possono svilupparsi e propagarsi rapidamente.
In passato, le stagioni degli incendi nei diversi Stati australiani tendevano a presentare una maggiore separazione temporale.
Questo consentiva di trasferire mezzi e personale da una regione all’altra nei momenti di maggiore necessità.
Oggi, invece, i periodi di rischio possono sovrapporsi.
La conseguenza è una maggiore difficoltà nel condividere risorse tra gli Stati e nell’organizzare le attività di preparazione.
Si riducono anche le finestre meteorologiche favorevoli ai cosiddetti hazard reduction burns, gli incendi controllati utilizzati per diminuire la quantità di vegetazione combustibile.
Queste operazioni richiedono condizioni precise di vento, temperatura e umidità.
Se il tempo disponibile diminuisce, diventa più difficile completare i programmi di prevenzione previsti.
L’allarme sui volontari: oltre 10.000 in meno
Un altro dato preoccupante riguarda il personale impegnato nei servizi antincendio.
Il rapporto evidenzia che nel periodo considerato, tra il 2019 e il 2023-2024, il numero dei volontari antincendio australiani si è ridotto di 10.336 unità.
Nello stesso intervallo, i posti retribuiti a tempo pieno sono aumentati di appena 433.
Il confronto mostra uno squilibrio tra l’aumento delle esigenze operative e l’evoluzione delle risorse umane disponibili.
In numerose aree rurali e regionali dell’Australia, il volontariato rappresenta una componente essenziale della risposta alle emergenze.
I vigili del fuoco volontari intervengono non soltanto negli incendi boschivi, ma anche in incidenti stradali, emergenze meteorologiche e operazioni di protezione delle comunità.
Il loro contributo è particolarmente importante nelle zone più lontane dai grandi centri urbani.
Ma l’allungamento delle stagioni degli incendi aumenta il numero delle giornate di disponibilità richieste, creando difficoltà per persone che devono conciliare il servizio con il lavoro e gli impegni familiari.
La riduzione del numero dei volontari non significa che il sistema australiano sia privo di capacità operativa, ma rappresenta un segnale che gli esperti considerano meritevole di attenzione.
Peter Dunn: individuare gli incendi prima che diventino incontrollabili
Tra le soluzioni proposte dagli esperti figura una maggiore integrazione tra tecnologia e capacità di intervento sul territorio.
Il generale maggiore Peter Dunn sostiene la necessità di rafforzare i sistemi di individuazione precoce degli incendi, soprattutto nelle aree remote.
L’obiettivo è riconoscere rapidamente la presenza di fumo o di un’anomalia termica e inviare squadre specializzate quando il fronte delle fiamme è ancora limitato.
Tra gli strumenti considerati più importanti figurano satelliti, droni, sensori infrarossi e sistemi di analisi basati sull’intelligenza artificiale.
Queste tecnologie permettono di monitorare porzioni molto estese di territorio, identificando segnali che potrebbero sfuggire ai controlli tradizionali.
I droni dotati di termocamere, ad esempio, possono individuare punti caldi anche in presenza di fumo o in condizioni di scarsa visibilità.
I satelliti possono invece contribuire alla sorveglianza di zone isolate, nelle quali i mezzi terrestri impiegherebbero molto tempo per arrivare.
L’intelligenza artificiale può analizzare immagini e dati, segnalando possibili anomalie agli operatori.
Il principio è semplice: intervenire su un incendio di piccole dimensioni è generalmente meno complesso che affrontare un fronte di fuoco già esteso per chilometri.
L’intelligenza artificiale è già utilizzata nel New South Wales
Alcune delle tecnologie indicate dagli esperti sono già operative in Australia.
Il governo del New South Wales ha annunciato nel marzo 2026 nuovi investimenti e risultati nell’utilizzo di sistemi di rilevamento precoce.
Secondo le autorità statali, le telecamere ad alta definizione impiegate nella sorveglianza del territorio hanno contribuito all’individuazione di quasi 4.000 incendi nell’arco di un anno.
Alcuni episodi sono stati identificati prima ancora dell’arrivo delle segnalazioni al numero di emergenza Triple Zero.
Anche il NSW Rural Fire Service sta ampliando l’utilizzo dei droni, con oltre cinquanta piloti formati e distribuiti sul territorio.
Le immagini termiche consentono di individuare punti caldi, valutare l’evoluzione dei fronti di incendio e migliorare la sicurezza degli operatori.
Le nuove tecnologie, tuttavia, non sostituiscono il lavoro dei vigili del fuoco.
Rappresentano strumenti aggiuntivi per rendere più rapida la risposta e più precise le informazioni disponibili.
Il loro successo dipende dalla presenza di personale preparato, collegamenti affidabili e squadre in grado di intervenire tempestivamente.
Più aerei antincendio e meno dipendenza dalle risorse straniere
Un’altra questione centrale riguarda il potenziamento della flotta aerea destinata alla lotta contro gli incendi.
Peter Dunn ha richiamato la necessità di aumentare la disponibilità di grandi aerei cisterna, arrivando a proporre, secondo le dichiarazioni riportate dalla stampa, una capacità rafforzata con almeno dodici velivoli di questa categoria.
I grandi air tankers possono trasportare quantità importanti di acqua o ritardanti di fiamma e risultano particolarmente utili per sostenere le operazioni delle squadre impegnate a terra.
Il problema è legato soprattutto alla dipendenza australiana da alcuni grandi velivoli utilizzati stagionalmente anche nell’emisfero settentrionale.
Con stagioni degli incendi sempre più lunghe e sovrapposte tra Australia e Nord America, la disponibilità internazionale degli aerei potrebbe diventare più difficile.
È però necessario distinguere tra la flotta aerea antincendio nel suo complesso e la disponibilità di grandi aerei cisterna di proprietà pubblica.
L’Australia non dispone di un solo velivolo antincendio: il National Aerial Firefighting Centre coordina per il 2026-2027 una flotta nazionale di circa 175 aerei ed elicotteri, integrata da ulteriori mezzi disponibili su richiesta.
La limitazione riguarda specificamente la disponibilità permanente e la proprietà pubblica dei grandi aerei cisterna, una categoria molto più ristretta.
Gli esperti chiedono quindi una maggiore autonomia nazionale nei mezzi strategici, senza rinunciare alla cooperazione internazionale.
Le zone dell’Australia maggiormente esposte
Le valutazioni nazionali mostrano che il rischio di incendio non è uniforme.
L’Australasian Fire and Emergency Service Authorities Council (AFAC), nel suo rapporto stagionale per la primavera 2026, ha individuato condizioni di rischio superiore alla media in diverse regioni.
Tra queste figurano aree del New South Wales settentrionale e sud-orientale, del Queensland sud-orientale, della Tasmania nord-orientale, del Victoria, del South Australia, del Western Australia e ampie zone del Northern Territory.
Le cause variano secondo la regione.
In alcune aree orientali, la riduzione delle precipitazioni e l’umidità insufficiente del terreno aumentano la vulnerabilità della vegetazione.
Altrove, abbondanti piogge precedenti hanno favorito la crescita dell’erba, creando grandi quantità di materiale che può diventare combustibile quando sopraggiungono caldo e siccità.
Le indicazioni dell’AFAC si riferiscono al periodo primaverile e non costituiscono una previsione precisa degli incendi che si verificheranno durante l’estate.
Servono a individuare le aree nelle quali rafforzare la preparazione, il monitoraggio e la consapevolezza dei residenti.
Preparare le comunità può ridurre i danni
Il rapporto ELCA sostiene che investire nella prevenzione possa produrre benefici economici significativi.
Secondo le simulazioni, una riduzione del 10% dei danni causati dagli incendi permetterebbe di evitare circa 604 milioni di dollari di perdite all’anno.
Uno scenario di miglioramento ancora più ampio potrebbe inoltre proteggere migliaia di posti di lavoro.
Tra gli interventi considerati prioritari figurano il rafforzamento delle abitazioni nelle aree esposte, la protezione delle infrastrutture essenziali e il miglioramento delle comunicazioni di emergenza.
Il rapporto propone anche una maggiore attenzione alla continuità delle reti mobili, affinché le comunità possano ricevere avvisi e chiamare i soccorsi anche in caso di interruzione dell’alimentazione elettrica.
Un altro aspetto riguarda la disponibilità di informazioni chiare e accessibili sui rischi locali.
Per i proprietari di abitazioni situate in zone boscose o rurali, conoscere il livello di esposizione e preparare un piano di emergenza può fare una differenza importante.
Le autorità raccomandano di mantenere pulite le aree circostanti le case, seguendo le disposizioni locali, verificare le vie di fuga e preparare per tempo un piano familiare in caso di incendio.
Nelle giornate di pericolo estremo è fondamentale seguire gli avvisi dei servizi antincendio e non attendere che le fiamme siano visibili prima di prendere una decisione.
Il costo ambientale è ancora più difficile da misurare
Le stime economiche dello studio non comprendono integralmente tutte le conseguenze degli incendi sugli ecosistemi.
Tra gli effetti difficili da quantificare figurano la distruzione degli habitat naturali, la perdita di fauna selvatica, i danni alla biodiversità e le conseguenze sul patrimonio culturale delle comunità aborigene.
Gli incendi possono compromettere interi ecosistemi, modificare la composizione della vegetazione e alterare la capacità dei territori di rigenerarsi.
Alcune specie animali possono perdere aree fondamentali per l’alimentazione e la riproduzione.
Anche quando la vegetazione ricresce, non sempre gli ambienti naturali tornano alle condizioni precedenti.
I danni alla qualità dell’aria rappresentano inoltre un problema sanitario che può estendersi ben oltre le zone direttamente interessate dalle fiamme.
Durante la Black Summer, il fumo degli incendi raggiunse grandi centri urbani e vaste aree del continente, causando difficoltà respiratorie e rendendo necessario limitare numerose attività all’aperto.
Il rischio riguarda dunque non soltanto le comunità rurali, ma anche milioni di persone residenti nelle città.
L’Australia davanti a una nuova sfida climatica
La stagione estiva si avvicina in un contesto nel quale le condizioni climatiche richiedono una preparazione particolarmente attenta.
El Niño è già intenso e potrebbe rafforzarsi ulteriormente.
Il cambiamento climatico contribuisce ad aumentare il rischio di condizioni meteorologiche favorevoli agli incendi estremi, mentre le risorse umane e operative devono adattarsi a stagioni più lunghe.
Il nuovo rapporto di Emergency Leaders for Climate Action non afferma che l’Australia subirà inevitabilmente una nuova Black Summer durante i prossimi mesi.
Indica però una tendenza di lungo periodo: incendi più difficili da gestire possono produrre costi economici, sociali e ambientali sempre più elevati.
Le proposte degli esperti si concentrano sulla necessità di prevenire i danni prima che diventino irreversibili.
Maggiori investimenti in tecnologie di monitoraggio, formazione dei volontari, protezione delle abitazioni e mezzi aerei potrebbero contribuire a rafforzare la capacità nazionale di risposta.
Il messaggio che emerge è che l’Australia non può limitarsi a intervenire quando scoppia un incendio. Deve prepararsi in anticipo a condizioni climatiche che stanno cambiando.
Perché il costo della prevenzione può essere elevato, ma quello della ricostruzione, come dimostrano le esperienze degli ultimi anni, rischia di essere molto più alto.
Allora! Online – Redazione
