Maduro e quei 5 milioni trafugati in Svizzera

C’è un silenzio che pesa più di un’esplosione. È il silenzio dell’oro quando cambia padrone, quando smette di essere riserva di uno Stato e diventa ombra contabile, cifra che scivola tra dogane, caveau e raffinerie. È un silenzio che oggi porta un nome: Venezuela. E un volto: Nicolás Maduro.

Tra il 2013 e il 2016, mentre Caracas affondava nella crisi, 113 tonnellate d’oro venezuelano hanno attraversato l’Atlantico per approdare in Svizzera. Un flusso continuo, metodico, quasi chirurgico. Valore stimato: oltre cinque miliardi di dollari. Cinque miliardi. Una cifra che, in un Paese dove la moneta si dissolveva e gli scaffali restavano vuoti, assume i contorni di una ferita aperta. Non è solo un numero: sono ospedali mai costruiti, medicine mai arrivate, stipendi evaporati, un futuro ipotecato.

La Svizzera, con le sue raffinerie immacolate e la reputazione di cassaforte globale, diventa in questa storia non un colpevole ma uno specchio. Lì l’oro arriva per essere “lavorato”, certificato, reso neutro, pulito. Lì perde l’odore della miniera e della fame, si trasforma in lingotto anonimo, pronto a viaggiare ancora. Asia, mercati finanziari, controparti invisibili. Il percorso dell’oro è sempre elegante; la sua origine, quasi mai.

Eppure la tempistica parla da sola. Quelle spedizioni coincidono con gli anni del cosiddetto distress selling: il saccheggio ordinato delle riserve della banca centrale venezuelana per tenere in vita un’economia ormai allo stremo. Poi, dal 2017, il rubinetto si chiude. Le sanzioni europee, adottate anche da Berna, segnano uno spartiacque. Non perché improvvisamente manchi la volontà, ma perché l’oro, semplicemente, finisce. È la metafora perfetta di un regime che ha consumato tutto, persino il metallo più incorruttibile.

Oggi Maduro è sotto processo negli Stati Uniti, accusato di narcotraffico e narco-terrorismo. La Svizzera ha ordinato il congelamento dei suoi beni e di quelli di 36 fedelissimi. Non sappiamo se esista un legame diretto tra quei fondi e l’oro spedito anni fa. Ma la domanda resta sospesa nell’aria come una sentenza non pronunciata: dov’è finita davvero quella ricchezza? E soprattutto: a chi appartiene?

Perché qui non si parla solo di Maduro. Si parla di un sistema globale che tollera, assorbe, raffina. Un sistema che trasforma la disperazione di un popolo in una riga di bilancio, in una statistica doganale. La tragedia venezuelana non è esplosa in un giorno; è stata distillata lentamente, lingotto dopo lingotto, mentre il mondo osservava con la compostezza di chi sa ma preferisce non vedere.

C’è qualcosa di profondamente simbolico nel fatto che l’oro – emblema di stabilità, di valore eterno – sia diventato lo strumento di una delle più grandi spoliazioni moderne. Maduro ha governato promettendo sovranità e giustizia sociale; ha lasciato un Paese più povero e caveau più vuoti. L’oro è partito, la gente è rimasta.

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