La generosità e l’empatia non si insegnano

di Luigi De Luca

Ci sono cose che non si possono insegnare. La generosità non si trasmette con un manuale. L’empatia non si apprende con una tecnica. Si riconoscono. Si respirano. Si assorbono stando accanto a chi le vive. La generosità e l’empatia non si insegnano come una tecnica. 

Non si trasmettono con una lezione, né con una regola scritta. Si testimoniano, si contagiano. Nascono dall’esperienza, dal dolore attraversato, dall’ascolto reale dell’altro. 

Chi non ha mai avuto bisogno difficilmente capisce davvero chi ne ha. Chi non ha mai perso, fatica a donare senza calcolo. In cucina accade lo stesso. Si può spiegare una ricetta, ma non l’intenzione con cui viene preparata. Si può mostrare un gesto, ma non il rispetto che lo precede. Si può insegnare a dosare un ingrediente, ma non l’ascolto necessario per capire quando è abbastanza. La cucina italiana, quella vera, quotidiana, silenziosa, è sempre stata una scuola spirituale senza saperlo. 

Ha educato alla misura. Alla pazienza. Alla cura dell’altro prima di sé. Un sugo che aspetta. Un pane che si spezza. Un gelato che non deve stupire, ma accogliere. In questi gesti semplici c’è una teologia concreta: il cibo diventa linguaggio quando nasce da una relazione, diventa nutrimento quando è pensato per qualcuno, diventa cultura quando rinuncia all’ego per fare spazio. È un po’ come in laboratorio: puoi insegnare una ricetta, ma non puoi insegnare l’intenzione con cui si prepara. 

Quella viene dall’educazione ricevuta, dagli esempi visti, dalle ferite trasformate in cura. Ed è per questo che il mio ruolo oggi non è “insegnare” generosità ed empatia, ma incarnarle. Chi ci guarda, chi ci ascolta, chi lavora con noi, le impara senza che tu le nomini. Oggi parliamo di riconoscimenti, di patrimoni, di valori da difendere. Ma la verità è che nulla di ciò che conta davvero è nato per essere riconosciuto. È nato per essere donato. E forse è qui il senso più profondo di tutto: che la generosità e l’empatia non si insegnano, ma si tramandano come un impasto madre, come una preghiera detta senza parole, come un gesto ripetuto ogni giorno finché diventa vita.

Perché ciò che è fatto con coscienza oggi diventa tradizione domani.