di Emanuele Esposito
Nel dibattito sulla riforma della giustizia torna ciclicamente uno slogan: “La Costituzione non si tocca”. Una formula efficace, ma fuorviante. La Carta non è un totem immutabile: è il fondamento della Repubblica e, come ogni architettura istituzionale, può essere aggiornata per rafforzare diritti e funzionamento dello Stato.
La storia lo dimostra. Nel 1999 la riforma dell’articolo 111 ha costituzionalizzato il principio del giusto processo: giudice terzo e imparziale, parità tra accusa e difesa, ragionevole durata. Nel 2003 l’articolo 51 è stato modificato per impegnare la Repubblica a promuovere le pari opportunità nell’accesso alle cariche pubbliche. Nel 2007 è stato eliminato ogni residuo riferimento alla pena di morte. Interventi diversi, ma con un tratto comune: hanno migliorato le garanzie dei cittadini. E sono stati possibili proprio perché la Costituzione può essere cambiata attraverso procedure rigorose.
Il punto, dunque, non è se riformare la Carta, ma come e perché. In questo quadro si inserisce il tema della separazione delle carriere tra pubblico ministero e giudice. Ridurlo a bandiera ideologica è una semplificazione. L’idea di distinguere nettamente funzioni dell’accusa e funzione giudicante attraversa culture giuridiche differenti ed è stata discussa anche in ambiti non riconducibili al centrodestra. Nel 2019 una mozione congressuale di Maurizio Martina nel Partito Democratico definiva la questione “vigente e ineludibile”.
Oggi in Italia pm e giudici appartengono allo stesso ordine, condividono percorso e organo di autogoverno. Un assetto con una sua storia, ma non per questo sottratto al confronto. Se l’obiettivo dichiarato è rafforzare la terzietà del giudice e la percezione di imparzialità, il dibattito è legittimo.
Le riforme si valutano nel merito, non con anatemi. Una democrazia matura discute le proprie regole e le modifica quando necessario. La domanda decisiva resta una sola: questa riforma renderà la giustizia più equa ed efficace? Se la risposta sarà positiva, cambiarla non sarà un sacrilegio, ma un esercizio di responsabilità democratica.
