30 anni di “Mortadella” e speriamo non vada al Colle

di Adriano Sabatini

Sono passati trent’anni da quel 21 aprile 1996 in cui l’Ulivo di Romano Prodi vinse le elezioni politiche e inaugurò una stagione che molti considerarono il tentativo più compiuto di modernizzazione del centrosinistra italiano. Altri, con meno indulgenza, la ribattezzarono con il soprannome del suo leader: “Mortadella”. Un’etichetta ironica, rimasta più a lungo delle analisi politiche che l’avevano generata.

Oggi, a distanza di tre decenni, quel mondo appare lontanissimo. L’Ulivo non era solo una coalizione elettorale, ma un tentativo di sintesi tra culture politiche diverse: il cattolicesimo democratico, il riformismo post-comunista, il liberalismo e le prime sensibilità ambientaliste. Era una politica che cercava il centro non come compromesso al ribasso, ma come luogo di costruzione condivisa.

Quel progetto vide convergere forze politiche eterogenee, dal Partito Popolare Italiano ai Cristiano Sociali, dai riformisti del Pds alle esperienze laiche e liberali di Rinnovamento Italiano. Non era un mosaico casuale, ma una costruzione politica fondata sull’idea che il riformismo fosse prima di tutto un metodo di governo.

Oggi però quel patrimonio appare disperso. Le culture cristiano-sociali e cristiano-democratiche che avevano contribuito a fondare l’Ulivo si sono progressivamente indebolite o frammentate in esperienze politiche successive. Il centrosinistra contemporaneo appare più come una somma di sigle che come un progetto unitario.

Il cosiddetto “campo largo” rappresenta oggi una formula più tattica che strategica, spesso costruita in funzione dell’avversario più che di una visione comune. Come ha osservato Arturo Parisi, uno dei padri dell’Ulivo, manca una vera idea condivisa di futuro: si tratta di alleanze contro qualcuno, non di coalizioni per qualcosa.

Il problema non è soltanto politico, ma culturale. Senza una base valoriale solida, il centrosinistra rischia di oscillare tra radicalizzazione e pragmatismo senza direzione. Il riferimento ai valori cristiano-sociali non era ornamentale, ma costitutivo di una visione equilibrata tra giustizia sociale e responsabilità individuale.

Se nel 1996 la parola chiave era “riformismo”, oggi prevale spesso la logica della contrapposizione. La polarizzazione ha sostituito la mediazione e il centro politico non è più un luogo da conquistare, ma uno spazio sempre più vuoto.

Eppure, proprio la lezione dell’Ulivo suggerisce che la politica italiana non può prescindere dalla capacità di unire culture diverse. Senza questa attitudine, ogni coalizione rischia di diventare effimera e incapace di governare la complessità del Paese.

Oggi il centrosinistra si trova davanti a un bivio: recuperare la propria tradizione riformista e cristiano-sociale oppure continuare a inseguire una frammentazione che rischia di renderlo politicamente irrilevante. La storia dell’Ulivo dimostra che la vittoria nasce dalla costruzione e non dalla sommatoria di sigle, e che senza una visione condivisa nessuna alleanza può davvero aspirare a guidare il Paese.

In questo senso, il richiamo a quella stagione non è semplice nostalgia, ma un esercizio di memoria politica utile a comprendere ciò che oggi manca nel dibattito pubblico italiano. Serve forse una nuova stagione di riformismo capace di tenere insieme giustizia sociale, responsabilità istituzionale e apertura culturale, evitando sia le tentazioni identitarie sia le semplificazioni populiste che attraversano entrambi gli schieramenti.

Solo così il centrosinistra potrà tornare a essere una forza credibile di governo e non soltanto un campo di alleanze mutevoli e spesso instabili. Altrimenti il rischio è quello di continuare a vivere di evocazioni del passato senza riuscire a costruire un futuro politico riconoscibile e stabile. E forse la vera lezione di questi trent’anni è proprio questa: senza radici culturali solide, nessuna coalizione regge davvero nel tempo. Il centrosinistra italiano dovrà decidere se essere erede dell’Ulivo o soltanto la sua ombra sbiadita nel tempo politico presente. Una scelta tutt’altro che secondaria per il Paese.