Condannato in Cina dopo le proteste a Sydney

Il governo australiano è stato sollecitato a rafforzare le misure di protezione per gli studenti internazionali, dopo il caso di un cittadino cinese che, secondo quanto riferito, sarebbe stato condannato a sei anni di reclusione al rientro in patria per aver partecipato a proteste pro-democrazia svoltesi a Sydney.

Secondo la ricostruzione riportata dal Guardian, lo studente, la cui identità non è stata resa pubblica, avrebbe perso i contatti con amici e colleghi a Sydney dopo il ritorno in Cina nel dicembre 2024. A confermarlo indirettamente sarebbero anche due datori di lavoro australiani, che avrebbero dichiarato di non avere più notizie del giovane dal gennaio 2025.

La famiglia dello studente, tramite un rappresentante in Australia, sostiene che il giovane sia stato arrestato con l’accusa di secessione per la partecipazione a manifestazioni pro-democrazia, incluse iniziative di solidarietà verso minoranze etniche cinesi.

Secondo la stessa fonte, alla famiglia non sarebbe stata consegnata copia della sentenza. Il processo, inoltre, sarebbe avvenuto prima dell’introduzione in Cina della legge sull’unità etnica, criticata dalle organizzazioni per i diritti umani.

Il caso ha riacceso il dibattito sulla sicurezza degli studenti internazionali e sulla capacità delle università e dei governi occidentali di proteggerli da possibili forme di repressione transnazionale. Maya Wang di Human Rights Watch ha sottolineato come la repressione cinese possa estendersi oltre i confini nazionali, colpendo anche chi ha partecipato a proteste all’estero, in particolare dopo le mobilitazioni del 2022 contro le restrizioni Covid.

Secondo la studiosa, molti giovani studenti che si trasferiscono in Paesi democratici continuano l’attivismo politico, ma le istituzioni accademiche e i governi non sarebbero ancora pienamente attrezzati per affrontare questi rischi.

Il governo australiano, tramite il Dipartimento degli Affari Interni, ha dichiarato di non poter commentare casi individuali per ragioni di privacy, ma ha ribadito che è inaccettabile qualsiasi forma di intimidazione da parte di governi stranieri contro persone che esercitano le proprie libertà fondamentali in Australia. 

Anche le autorità universitarie e i rappresentanti politici dell’opposizione hanno espresso preoccupazione, chiedendo maggiore trasparenza e strumenti di tutela per gli studenti internazionali coinvolti in attività di espressione politica legale nel Paese. La vicenda resta al centro dell’attenzione diplomatica tra Canberra e Pechino secondo fonti ufficiali.