Mara Callegaro artista in residenza a Sydney per il MAECI

di Lorenzo Canu

Mara Callegaro è arrivata a Sydney il primo marzo con una valigia e una domanda aperta. Artista visiva milanese, classe 1994, ha trascorso l’intero mese di marzo all’Istituto Italiano di Cultura nell’ambito di WONDERFUL, programma di residenza promosso in collaborazione con il Museo del Novecento e la Fondazione MUS.E di Firenze. Un mese per esplorare la città, incontrare artisti italiani attivi nel territorio – tra cui durante il secondo appuntamento di My Italian Connections, la serie voluta dal Console Generale Gianluca Rubagotti – e spingersi fino alle riserve naturali del New South Wales, dove il paesaggio australiano ha cominciato a dialogare con la sua ricerca sul mimetismo, sulla trasformazione, su ciò che si nasconde per sopravvivere.

Il suo lavoro mescola fotografia, performance e scrittura, sempre in stretto dialogo con i luoghi che attraversa. Sydney non ha fatto eccezione. Le abbiamo chiesto com’è andata.

WONDERFUL ti ha portata prima a Firenze e poi a Sydney. Come si è trasformata la tua ricerca passando da un contesto europeo a uno così radicalmente diverso, e cosa ti ha sorpresa di questa città? 

Svolgere periodi residenziali all’estero mi porta ad un allentamento dei confini di ricerca entro cui comunemente mi muovo, concede la possibilità di abitare una sensazione di sbavatura artistica, personale. Nel caso dell’Australia questa dissoluzione dei bordi è avvenuta anche e soprattutto a livello spaziale: noi europei non siamo abituati ad abbracciare con lo sguardo la vastità, la grandiosità elementare di un paesaggio che ci mostra ciò che il tempo fa senza di noi, senza l’intervento umano. Ci si ridimensiona. Di Sydney mi hanno colpito molti aspetti, tra cui: la spontanea convivenza con il selvatico; la singolare sedimentazione architettonica; l’accoglienza dei residenti; la strutturazione oraria della città; i frustranti attraversamenti pedonali; i tanti adulti in altalena (me compresa).

Tornerai a Milano con materiali, immagini, testi, e appunti. Come immagini che questa residenza entrerà nel tuo lavoro? 

 Rientro con varie idee di opere in potenza, ma è complesso intuire che forma assumerà questa esperienza all’interno del mio lavoro. Associo l’opera e il processo di creazione al percorso di erosione dei sassi: una materia grezza che, sollecitata da agenti atmosferici e moti ondosi, abrasa dall’attrito con sabbia, ghiaia e altre asperità, ne esce smussata, levigata, esaltata nei suoi colori e venature. Un lento viaggio di cui non si rintraccia facilmente l’origine: ci portiamo dei massi in grembo fin dalla nascita. Sydney ha rappresentato un’insenatura di questo divenire, riemergerà il suo tocco in tutto ciò che produrrò d’ora in poi.  Torno con un portamatite colmo di piume di Ibis Bianco Australiano. A differenza di altri esemplari che possiedo hanno un odore specifico, un profumo di ammorbidente; ogni tanto mi siedo alla scrivania, le annuso: eccomi nell’altro emisfero.

A My Italian Connections hai incontrato artisti italiani che lavorano a Sydney da anni. Cosa ti ha colpito di come vivono la loro identità artistica così lontano dall’Italia?

Il loro marsupio è foderato di stratificazione storica e culturale italiana, ma contiene domande attuali a cui, ciascuno a suo modo, sta cercando di dare criticamente risposta: di cosa ha bisogno il territorio in cui ora abito e mi muovo? Cosa manca, in che lacune operare? Dei quesiti sospesi tra spazio psichico e spazio fisico, che emergono anche come note comparative con il paese d’origine. Ampliando lo sguardo al sistema artistico australiano, ho avvertito una minore competizione, un respiro disteso, una capacità degli artisti di immaginarsi tali, operanti, sostenuti e remunerati sul lungo periodo.

C’è una domanda che Sydney ha aperto senza rispondere?

Se dovessi definire l’Australia e lo spirito che vi si respira direi: lightness. Levità dello stare, del vivere, del pensare. Sydney più che avanzare quesiti ha messo in luce che questa disposizione d’animo, incredibile a dirsi, pare essere possibile. Camminando per le sue strade mi tornava l’eco delle parole di Matisse: “Ho sempre cercato di dissimulare i miei sforzi, ho sempre sperato che le mie opere avessero la leggerezza e l’allegria della primavera che non lascia mai sospettare quanto lavoro è costata.”