di Anna De Peron
Era una vita che sentivo mio papà parlare di quando era militare. Tutte le volte che incominciava a raccontare le sue vicende non ci facevo molto caso, perché pensavo di sapere la sua storia a memoria e lo lasciavo parlare senza ascoltarlo con attenzione. Quello che avevo sempre saputo io era che papà aveva fatto il paracadutista durante la Seconda guerra mondiale, aveva effettuato un lancio dietro le linee nemiche vicino a Modena e che aveva ricevuto una medaglia al valore militare.
Un bel giorno, papà è sparito nella sua camera e ho visto che ha tirato fuori la sua cartella di pelle nera dove teneva tutti i suoi tesori: documenti, lettere e altre cose che lui riteneva importanti. Si è messo a sfogliare delle carte e mi ha detto: “Hai mai visto questa?”Ho guardato il foglio ormai ingiallito e sbiadito e mi sono messa a leggere con interesse lo scritto di quel documento.
“Il Ministero della Guerra
Roma, 30 aprile 1948
De Peron Giuseppe”
Chiedeva e otteneva di far parte di un reparto paracadutisti per un lancio di guerra dietro le linee tedesche. In situazione difficile, per lo stretto controllo nemico sulla zona del lancio, dava prova di spregiudicato ardire, altissimo spirito d’iniziativa e inesauribile volontà di combattimento.
Concorreva efficacemente all’attacco di autocolonne nemiche, infliggendo gravi perdite e provocando panico e scompiglio, dando così notevole contributo al successo delle armate alleate e riaffermando in modo superbo il valore dei paracadutisti d’Italia.
San Damaso – Modena, 20-23 aprile 1945.
(Firmato) Cipriano Facchinetti, Ministro.”
Il documento ufficiale, che vedevo per la prima volta, mi ha elettrizzata e incuriosita; volevo sapere di più di quel mitico lancio.
Mi sono seduta vicino al mio paparino e gli ho detto: “Papà, raccontami ancora la storia!”
“Prima di quel lancio,” raccontava, “devi sapere che eravamo in guerra. Avevo diciannove anni e, una volta chiamato alle armi, mi trovavo con la Divisione Ravenna ad Alessandria, una divisione in preparazione per la campagna di Russia. Non mi attirava molto l’idea di andare a combattere in Russia: avevamo sentito storie terribili dal fronte russo. Ho vissuto sicuramente un momento fortunato quando ho fatto domanda per far parte del corpo paracadutisti, evitando così il teatro di guerra russo.
Una volta accettato nel corpo dei paracadutisti, sono entrato a far parte della Folgore, un reparto dell’aviazione di stanza a Viterbo. A Tarquinia ho fatto l’addestramento per ottenere il brevetto di paracadutista. Dopo cinque lanci ho ottenuto il brevetto e sono stato spedito in Sardegna, vicino alla base aeronautica di Decimomannu, per aspettare gli ordini.
Dopo lo sbarco degli americani a Napoli abbiamo dovuto seguire le fortune dell’Ottava Armata: americani e inglesi, spalleggiati da soldati di varie nazionalità — bulgari, polacchi, jugoslavi — avanzavano lentamente per liberare l’Italia dagli eserciti tedeschi. Era un periodo di caos e di bombardamenti. Erano momenti terribili, specialmente per la popolazione. Paura, fame e incertezza erano all’ordine del giorno.
Dopo una lunga e snervante attesa abbiamo ricevuto gli ordini dal comando di prepararci per il lancio dietro le linee nemiche. Il nostro compito era atterrare con i paracaduti in territorio nemico con l’obiettivo di scompigliare i convogli tedeschi e recare il maggior danno possibile dietro le loro linee.
Con il cuore in gola ci siamo recati alla base di Cecina, da dove saremmo partiti quella sera stessa. Ci sarebbero stati due voli con due pattuglie. Io ero assegnato al secondo volo. Il primo aereo è decollato lentamente con la prima pattuglia. I primi paracadutisti si sono lanciati dall’aereo. I tedeschi hanno reagito con una raffica di spari e hanno colpito il paracadute di un militare che, sfortunatamente, ha perso la vita.
Era il turno della seconda pattuglia, la nostra, composta da otto uomini. Il secondo volo era più veloce. In piena notte ci siamo lanciati dall’aereo e siamo andati giù verso la campagna aperta, leggeri come piume con i nostri paracaduti di seta. Al contrario della prima pattuglia, noi siamo scesi fino a terra senza essere disturbati dal nemico.
Una volta a terra e accertato che i tedeschi non ci sparavano addosso, ci siamo messi a raccogliere e sistemare rapidamente i nostri paracaduti. Abbiamo visto passare a tutta velocità un camion di tedeschi che si allontanava rapidamente. Evidentemente l’arrivo dei paracadutisti aveva causato costernazione tra le pattuglie tedesche. Hanno visto la prima pattuglia e poi la seconda, e avranno pensato: chissà quanti altri ne dovranno ancora arrivare! Una volta accertato che tutto era tranquillo, ci siamo diretti nel buio verso una cascina, che era il nostro punto d’incontro, e ci siamo fermati passando la notte nel fienile. Dormire era impossibile, perché non eravamo ancora sicuri di essere in salvo. L’ansia è svanita quando la mattina dopo è arrivato il padrone della cascina, che ci ha messi in contatto con i partigiani.
Abbiamo dovuto cambiare le nostre divise con vestiti civili portati dai partigiani, che poi ci hanno accompagnati nelle case sicure del paese di San Damaso, dove ospitavano i militari.
Non puoi immaginare il nostro sollievo e la contentezza quando finalmente abbiamo visto arrivare i convogli di carri armati americani. Finalmente ci sentivamo liberi dalla minaccia dei tedeschi!”
Adesso avevo capito: ecco il perché della medaglia!
Alla fine della sua storia papà ha aggiunto che gli piaceva fare il paracadutista. L’addestramento e i lanci di prova sfidavano il suo giovane spirito d’avventura. L’addestramento dei paracadutisti è uno tra i più rigorosi dell’esercito italiano. Però ha detto, con un tocco d’ironia, che il lancio di guerra non è stata una delle esperienze più piacevoli. Ci posso credere!
Ha anche aggiunto che negli ultimi due anni della guerra è stato mandato in tutti gli angoli d’Italia e ha avuto l’opportunità di vederla da cima a fondo e di conoscere molte persone. L’unica cosa che gli è dispiaciuta moltissimo è che non ha visto la sua famiglia per due anni. Bravo papà, dico io. Bravo!
Questa è una delle tante storie della Seconda guerra mondiale che vengono raccontate dai nostri papà e nonni. Peccato che i guerrafondai moderni non le leggano, per rendersi conto delle follie atroci e inutili che stanno commettendo.
