di Emanuele Esposito
C’è un momento preciso in cui una democrazia smette di essere garantista e comincia a diventare sospettosa. Non accade con una legge, né con un decreto: accade lentamente, quasi in silenzio, quando l’opinione pubblica si abitua all’idea che qualcuno debba essere colpevole. Sempre. A ogni costo.
Il caso di Chiara Poggi e il lungo percorso giudiziario che ha coinvolto Alberto Stasi non è soltanto una vicenda di cronaca nera. È diventato qualcosa di più: uno specchio, spesso impietoso, del nostro modo di intendere la giustizia.
Perché qui non si tratta di stabilire chi abbia ragione o torto — questo spetta ai tribunali. Si tratta piuttosto di capire se il sistema che giudica sia ancora fedele ai suoi principi fondamentali. La legge è chiara, almeno sulla carta: si è innocenti fino a prova contraria. Non è uno slogan, ma un pilastro. Il principio dell’“oltre ogni ragionevole dubbio” non è una formula tecnica, è una barriera costruita per evitare che lo Stato condanni un innocente.
Eppure, nella pratica quotidiana, questo principio sembra spesso capovolgersi. Il processo mediatico anticipa quello giudiziario, lo condiziona, a volte lo sovrasta. I talk show sostituiscono idealmente le aule di tribunale, le ricostruzioni televisive diventano più persuasive delle prove. E così accade qualcosa di pericoloso: l’imputato finisce per essere giudicato prima ancora del giudice.
A questo punto torna alla mente Franz Kafka. Nel suo Il processo, Josef K. viene accusato senza sapere di cosa. Non è solo letteratura: è una metafora che oggi appare meno distante di quanto vorremmo ammettere. Viviamo in un’epoca che fatica a tollerare il dubbio. Il dubbio è lento, complesso, scomodo.
La società, invece, pretende risposte rapide, definitive, possibilmente emotive. Non importa se le prove sono controverse, se i gradi di giudizio raccontano versioni diverse, se il quadro resta incompleto. Il sistema — mediatico prima ancora che giudiziario — tende a colmare ogni vuoto. Perché il vuoto inquieta. Ma il diritto non dovrebbe temere il vuoto. Dovrebbe abitarlo, finché non viene riempito dalla certezza.
C’è poi un altro nodo, meno discusso ma altrettanto decisivo: il modo in cui si indaga.
Oggi disponiamo di strumenti potentissimi — DNA, intercettazioni, analisi digitali che hanno rivoluzionato la giustizia. Ma proprio per questo rischiano di diventare scorciatoie. Quando il mezzo prende il sopravvento sul fine, l’indagine perde profondità. Non si cerca più la verità, ma la conferma di un’ipotesi. Si costruisce una tesi e poi si selezionano gli elementi che la sostengono, invece di lasciare che siano i fatti a guidare il percorso. È una differenza enorme. E quando questo accade, il processo non è più un cammino verso la verità, ma la difesa di una verità già scelta.
Il punto più scomodo è proprio questo: Garlasco non è un’eccezione, è un sintomo.
Un sistema che produce troppi errori non può continuare a definirli semplicemente “errori”. A quel punto diventa un problema strutturale. E un problema strutturale richiede una risposta politica, culturale e istituzionale. La domanda, alla fine, è semplice ma scomoda: siamo ancora un Paese in cui è meglio assolvere un colpevole piuttosto che condannare un innocente?
O siamo diventati un Paese in cui conta soprattutto chiudere il caso, dare una risposta, placare l’opinione pubblica? Perché se la risposta è la seconda, allora non è più soltanto una questione giudiziaria.
Perché la giustizia senza dubbio diventa rapidamente un’altra forma di potere e il sospetto ne diventa il linguaggio dominante sociale. Una libertà fragile che si misura nella capacità di resistere alla tentazione del verdetto immediato mediatico e definitivo collettivo sempre.
È una questione di libertà.
E riguarda tutti noi.
