Garlasco, 19 anni dopo: la giustizia italiana sotto accusa

Diciannove anni dopo il delitto di Chiara Poggi, il caso di Garlasco torna a scuotere l’Italia giudiziaria e mediatica con una forza forse mai vista prima. L’inchiesta bis della Procura di Pavia ha ormai cambiato completamente il quadro investigativo: oggi l’unico indagato per omicidio aggravato è Andrea Sempio, mentre attorno alla condanna definitiva di Alberto Stasi si addensano dubbi, polemiche e persino interrogativi politici e istituzionali. 

La Procura sostiene di avere “21 elementi” contro Sempio. Non una singola prova decisiva, ma un mosaico accusatorio costruito su impronte, intercettazioni, incongruenze, Dna, presunti depistaggi e comportamenti definiti “anomali”. Tra questi figurano la famosa “traccia 33” attribuita al palmo della mano di Sempio vicino alla cantina dove fu trovato il corpo, le telefonate a casa Poggi pochi giorni prima del delitto, il Dna sotto le unghie di Chiara, i suoi movimenti attorno alla villetta dopo l’omicidio e alcuni audio registrati in auto dagli investigatori. 

Ma è soprattutto un dettaglio a far discutere: secondo i pm, Sempio avrebbe inconsapevolmente “confessato” di conoscere l’orario del delitto durante alcuni soliloqui intercettati in auto. Gli inquirenti sostengono inoltre che parlasse di un presunto video intimo di Chiara Poggi conservato “dentro la penna”, cioè su una chiavetta USB. Frasi frammentarie, immerse nei rumori di fondo, che per la Procura rappresenterebbero un elemento decisivo e che invece la difesa considera prive di reale valore probatorio. 

La strategia difensiva di Sempio punta ora su una consulenza psicologica e criminologica per smontare il ritratto delineato dai carabinieri del Racis, che descriverebbero l’indagato come una persona con “innata capacità di mentire”. I suoi legali parlano apertamente di “fortissima pressione mediatica e giudiziaria” e negano l’esistenza della “pistola fumante” evocata da mesi dai media. 

Nel frattempo, però, il terremoto più grande riguarda Alberto Stasi. La Procura di Pavia sta infatti mettendo in discussione alcuni dei pilastri della sentenza definitiva che nel 2015 lo condannò a 16 anni di carcere. Uno dei punti centrali riguarda il dispenser del sapone nel bagno della villetta: secondo la sentenza, Stasi avrebbe lavato accuratamente lavandino e dispenser dopo il delitto. Oggi però i pm osservano che nel lavello furono trovati quattro capelli mai analizzati e nessuna traccia ematica nel sifone, elementi ritenuti incompatibili con una pulizia così accurata. 

Eppure proprio sul dispenser è emersa una nuova impronta attribuita a Stasi, la terza, rilevata nel 2025 dai consulenti del Ris di Roma. Un dettaglio che complica ulteriormente il quadro: da un lato si contestano le vecchie conclusioni investigative, dall’altro emergono nuove tracce che sembrano rafforzare parte dell’impianto accusatorio originario. 

La situazione è diventata così paradossale da spingere persino il ministro della Giustizia Carlo Nordio a intervenire pubblicamente. Nordio ha definito il caso “un’anomalia rarissima”, chiedendosi come sia possibile che una persona sia stata condannata in via definitiva mentre oggi si indaga su un altro soggetto come possibile vero assassino. Il ministro ha inoltre criticato il sistema italiano che consente una condanna definitiva dopo due assoluzioni precedenti senza nuove prove sostanziali, contrapponendolo al modello anglosassone, dove una situazione simile sarebbe “inconcepibile”. 

Le parole di Nordio hanno però provocato una durissima reazione da parte di AreaDg, la corrente progressista della magistratura, che accusa politica e opinionisti di trasformare il caso Garlasco in spettacolo mediatico. “Dovremmo evitare espressioni improprie e giudizi affrettati”, ha dichiarato il segretario Giovanni Zaccaro, invitando al rispetto sia per la famiglia della vittima sia per il condannato e il nuovo indagato. 

Anche la famiglia Poggi continua a respingere l’impianto della nuova inchiesta. I legali sostengono che l’indagine non sia nata per cercare la verità ma per trovare “a tutti i costi” un’alternativa alla colpevolezza di Stasi. L’avvocato Francesco Compagna parla apertamente di “film costruito su Sempio”, accusando gli investigatori di adattare la realtà all’ipotesi accusatoria invece del contrario. Secondo la famiglia Poggi, la condanna di Stasi resta valida e gli elementi emersi negli ultimi anni non farebbero che rafforzarla. 

Sul fronte investigativo, intanto, la Procura generale di Milano sta valutando se chiedere la revisione del processo Stasi, ma prima vuole acquisire nuovi atti da Pavia per avere un quadro completo. Segno che, nonostante il clamore mediatico, la magistratura mantiene ancora un atteggiamento prudente. 

Il caso Garlasco oggi appare dunque come molto più di un semplice cold case riaperto. È diventato uno specchio delle fragilità del sistema giudiziario italiano: processi mediatici, guerre tra consulenti, intercettazioni diffuse, procure contrapposte e sentenze che sembrano non chiudere mai davvero la verità.

E mentre l’Italia si divide tra innocentisti e colpevolisti, resta una certezza amara: a quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, la sensazione è che il Paese non abbia ancora trovato una verità condivisa.