È stato un premier time ad alta tensione quello andato in scena al Senato, con la presidente del Consiglio Giorgia Melonifinita nel mirino delle opposizioni su economia, energia, casa, salari, giovani in fuga dall’Italia e Superbonus. Ma la leader di Fratelli d’Italia ha scelto la linea dell’attacco politico e della continuità di governo, rivendicando stabilità, strategia e “interesse nazionale”.
A incendiare subito il confronto è stato Carlo Calenda, che ha posto il tema della produttività italiana e del costo dell’energia, definito ormai insostenibile per famiglie e imprese. Il leader di Azione ha chiesto una “cabina di regia” permanente sull’economia, denunciando il peso dei monopoli energetici e il gap competitivo con altri Paesi europei come la Germania.
Meloni ha colto l’occasione per lanciare un messaggio politico destinato a pesare anche fuori dall’Aula: “Le porte del governo saranno sempre aperte a chi vuole confrontarsi nel merito e mette gli interessi nazionali davanti a quelli di partito”. Una frase letta da molti come un’apertura verso le opposizioni moderate, ma anche come un tentativo di isolare le ali più radicali del fronte anti-governo.
Sul tema energetico, la premier ha ribadito la linea dell’esecutivo: diversificazione delle fonti, riduzione della dipendenza estera e ritorno al nucleare. Una posizione che continua a dividere profondamente il Parlamento italiano, soprattutto dopo gli ultimi rincari internazionali legati alle tensioni geopolitiche in Medio Oriente e alla crisi iraniana.
Il clima si è fatto ancora più duro con Matteo Renzi. L’ex premier ha definito il governo “la famiglia Addams della politica italiana”, accusando Meloni di non avere una visione per l’ultimo anno di legislatura. Ironico e tagliente il riferimento: “Dovrebbe offendersi Morticia, non lei”, ha detto Renzi replicando alle accuse della presidente del Consiglio sugli insulti ricevuti dall’opposizione.
Meloni non ha abbassato il tono. Ha rivendicato quasi quattro anni di governo fondati su tre pilastri: salari, sostegno alle imprese e natalità. “La stabilità non basta, serve una visione”, ha dichiarato, prendendo implicitamente di mira i governi brevi e instabili del passato.
Altro terreno di scontro è stato il Superbonus. Stefano Patuanelli ha difeso la misura simbolo del governo Conte, accusando l’esecutivo Meloni di averla prima criticata e poi prorogata. La presidente del Consiglio ha invece parlato di “174 miliardi di euro da pagare fino al 2027”, definendo il Superbonus una gigantesca eredità economica lasciata al Paese.
Il dibattito si è poi spostato sul nucleare “pulito”, con il Movimento 5 Stelle che ha contestato duramente gli Small Modular Reactors, considerati troppo costosi e produttori di ulteriori scorie. Un confronto che fotografa una delle grandi divisioni strategiche del futuro italiano: transizione verde sì, ma con quale modello industriale ed energetico?
Non meno acceso il botta e risposta con il Partito Democratico. Francesco Boccia ha accusato Meloni di vivere “in una bolla”, lontana dalle difficoltà quotidiane degli italiani. “Quando ha fatto l’ultima volta la spesa?”, ha chiesto provocatoriamente. La premier ha replicato seccamente: “Sabato scorso. Può andare a chiedere”.
Dietro lo scambio sarcastico resta però un dato politico evidente: il costo della vita continua a essere il vero nervo scoperto del governo. Inflazione, caro bollette, mutui elevati e affitti fuori controllo stanno erodendo il consenso anche in una fase in cui Palazzo Chigi rivendica stabilità macroeconomica e crescita dell’occupazione.
Il tema più sociale della giornata è arrivato però con l’intervento di Peppe De Cristofaro, che ha sollevato la questione dell’emigrazione giovanile. Oltre 160mila giovani italiani avrebbero lasciato il Paese nell’ultimo anno, numeri che evocano le grandi partenze degli anni Sessanta.
Meloni ha riconosciuto il problema ma ha ricordato che il fenomeno dura da anni e attraversa governi di ogni colore politico. “Vogliamo che restare in Italia sia una scelta competitiva e non un atto di coraggio”, ha detto. Una frase significativa, ma che fotografa anche il grande paradosso italiano: crescita occupazionale da un lato, fuga di laureati e giovani qualificati dall’altro.
Ed è proprio qui che il premier time assume un significato più profondo. Dietro gli scontri, le battute e le provocazioni, emerge un’Italia ancora sospesa tra stabilità politica e fragilità economica. Meloni punta a presentarsi come leader pragmatica, capace di dialogare persino con pezzi dell’opposizione moderata. Le opposizioni, invece, cercano di colpirla sul terreno sociale: salari, casa, energia, giovani e costo della vita.
La vera sfida per il governo non sarà probabilmente la tenuta parlamentare, che appare solida, ma la capacità di convincere gli italiani che la stabilità promessa si traduca davvero in benessere concreto. Perché nel Paese reale, fuori dal Senato, il problema non è la famiglia Addams evocata da Renzi, ma il timore crescente di molte famiglie di non riuscire più ad arrivare a fine mese.
