Vent’anni dopo la sua morte, Oriana Fallaci continua a dividere, provocare, ispirare e far discutere come poche figure del giornalismo italiano del Novecento. Giornalista, inviata di guerra, scrittrice tradotta in tutto il mondo, Fallaci è stata ricordata in Senato durante un convegno promosso dalla Fondazione Luigi Einaudi nella Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani.
Non un semplice omaggio celebrativo ma un confronto acceso sulla sua eredità culturale, politica e giornalistica. Un dibattito che ha riportato al centro una domanda che accompagna ancora oggi il nome di Oriana Fallaci: era una profeta della crisi occidentale o una voce radicale travolta dalla paura del terrorismo islamico dopo l’11 settembre?
Oriana Fallaci e il giornalismo come battaglia
Durante il convegno, il segretario generale della Fondazione Einaudi Andrea Cangini ha definito Fallaci “non solo una grande giornalista ma anche un profeta” capace di costringere l’Occidente a interrogarsi sul rapporto tra Islam, democrazia e libertà.
Una figura impossibile da separare dal proprio tempo ma anche dal proprio carattere.
Fallaci non fu mai una cronista neutrale. Non credeva nell’oggettività assoluta del giornalismo e rivendicava il diritto di raccontare il mondo attraverso la propria esperienza, il proprio istinto e la propria visione morale.
Era una giornalista che viveva le storie prima ancora di scriverle.
Dalla guerra in Vietnam alla rivoluzione iraniana, dal Messico del 1968 alla Grecia dei colonnelli, Oriana Fallaci trasformò il reportage in racconto civile e personale. Non osservava da lontano. Entrava dentro i conflitti, nelle contraddizioni del potere e nelle paure dell’Occidente.
L’11 settembre cambiò tutto
Il punto di svolta fu l’attacco alle Torri Gemelle del 2001.
Dopo l’11 settembre, Fallaci pubblicò sul Corriere della Sera “La rabbia e l’orgoglio”, un articolo destinato a diventare uno dei testi più discussi della storia recente italiana. Da quel momento la giornalista fiorentina divenne il simbolo di una battaglia culturale contro il fondamentalismo islamico e contro quella che considerava la debolezza dell’Occidente.
Durante il convegno, Enrico Mentana ha ricordato come l’11 settembre rappresentò “i due pugni dati alla convinzione occidentale della fine della storia”.
Secondo Mentana, Fallaci comprese immediatamente che non si trattava soltanto di terrorismo ma di uno scontro culturale molto più profondo tra democrazia liberale e fanatismo religioso.
La libertà come dovere morale
Nel corso dell’evento è emersa più volte una definizione chiave: per Oriana Fallaci la libertà non era un privilegio ma un dovere morale.
Il presidente della Fondazione Einaudi Giuseppe Benedetto ha sottolineato come la scrittrice avesse intuito prima di molti altri il rischio di un Occidente incapace di difendere le proprie convinzioni e i propri valori.
Una posizione che ancora oggi continua a generare polemiche.
Fallaci fu accusata di islamofobia, processata in Francia per presunte tesi xenofobe e spesso isolata da parte del mondo culturale italiano. Ma allo stesso tempo milioni di lettori videro in lei una voce libera capace di dire ciò che altri evitavano di affrontare.
Il ricordo di Feltri e Nirenstein
Tra i momenti più intensi del convegno, il ricordo personale di Vittorio Feltri che ha raccontato l’amicizia nata con Fallaci negli anni del Corriere della Sera.
Feltri ha descritto una donna ossessionata dalla perfezione dei propri articoli, capace di riscrivere infinite volte ogni testo e di lavorare fino allo sfinimento. Una personalità dura, irrequieta, geniale e profondamente sola.
Anche Fiamma Nirenstein ha ricordato il lungo rapporto con Fallaci spiegando come la scrittrice avesse studiato profondamente il Corano e il pensiero islamico prima di elaborare le sue tesi sul fondamentalismo.
Secondo Nirenstein, Fallaci non parlava per rabbia impulsiva ma dopo anni di studio e confronto con esperti come Bernard Lewis.
Lo scontro su Gaza e Ben Gvir
Il convegno si è però trasformato anche in un duro confronto politico sul presente.
Nella parte finale dell’incontro si è acceso uno scontro tra Mentana, Nirenstein e il senatore Giulio Terzi di Sant’Agata sul comportamento del ministro israeliano Itamar Ben-Gvir e sulla gestione della Freedom Flotilla diretta verso Gaza.
Mentana ha sostenuto che il problema non fosse soltanto Ben Gvir ma il trattamento riservato agli attivisti fermati mentre Nirenstein ha difeso la posizione del governo israeliano ricordando che Netanyahu e il ministro degli Esteri Gideon Saar avevano già criticato apertamente Ben Gvir.
Uno scontro che in fondo dimostra quanto la figura di Oriana Fallaci continui ancora oggi a vivere dentro le grandi fratture dell’Occidente contemporaneo.
Una figura ancora impossibile da ignorare
A vent’anni dalla morte, Oriana Fallaci resta probabilmente la giornalista italiana più divisiva e influente della seconda metà del Novecento.
Amata e odiata con la stessa intensità.
Per alcuni simbolo del coraggio intellettuale e della libertà di parola. Per altri esempio di un giornalismo troppo ideologico e radicale.
Ma proprio questa impossibilità di lasciarla nel passato dimostra quanto la sua figura continui ancora oggi a interrogare il presente.
Perché Oriana Fallaci non chiedeva di essere rassicurante.
Chiedeva di essere ascoltata.
