Iran la sfida che mette Trump all’angolo

di Domenico Maceri, PhD

“Questo conflitto ha rivelato che l’America è inaffidabile e incapace di finire ciò che ha cominciato. Una sconfitta per gli Stati Uniti non è dunque possibile ma probabile.”

Lo ha dichiarato Robert Kagan della Brookings Institution in una recente intervista alla PBS, la rete televisiva pubblica americana.

Kagan non è certamente una colomba. Da anni sostiene l’interventismo militare statunitense all’estero. Eppure, nel caso dell’Iran, vede prospettive particolarmente difficili per Washington.

Durante i bombardamenti del giugno scorso, Donald Trump e il segretario alla Difesa Pete Hegseth avevano dichiarato che l’arsenale nucleare iraniano era stato “annientato”. Una valutazione che successivamente non è stata confermata dai rapporti dell’intelligence statunitense.

Seguendo la linea del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, Trump ha poi autorizzato una seconda offensiva, proclamando nuovamente il successo dell’operazione.

La realtà appare però più complessa.

Nonostante i pesanti danni subiti e l’eliminazione di numerosi esponenti della leadership iraniana, Teheran è riuscita a mantenere la propria capacità di resistenza.

L’Iran non può essere considerato il vincitore del conflitto, ma il semplice fatto di aver resistito rappresenta già una sorta di mezza vittoria. Soprattutto perché è riuscito a esercitare una forte pressione sullo Stretto di Hormuz.

Attraverso il controllo di questo snodo strategico, Teheran ha dimostrato di poter mettere sotto pressione l’economia mondiale, arrivando persino a ipotizzare il pagamento di pedaggi per il passaggio delle petroliere.

Trump ha cercato di limitare questa minaccia attraverso il rafforzamento della presenza navale americana nella regione, ma il messaggio lanciato dall’Iran è ormai chiaro: possiede una leva strategica capace di influenzare i mercati energetici globali.

In una recente analisi pubblicata su The Atlantic, Kagan sostiene che le opzioni a disposizione degli Stati Uniti siano estremamente limitate.

L’unica soluzione militare definitiva sarebbe un’invasione terrestre dell’Iran, uno scenario che comporterebbe enormi costi umani, politici ed economici.

Trump, nonostante le sue dichiarazioni aggressive, non sembra disposto a percorrere questa strada.

Per questo motivo ha mantenuto la tregua e continua a puntare sui negoziati, mediati dal Pakistan, che finora non hanno però prodotto risultati concreti.

Secondo diversi osservatori, il presidente americano avrebbe compreso di aver bisogno dell’aiuto di altri attori internazionali.

Nel recente incontro con il presidente cinese Xi Jinping avrebbe infatti chiesto a Pechino di esercitare la propria influenza su Teheran per favorire la riapertura completa dello Stretto di Hormuz.

La Cina non ha dato segnali positivi in questa direzione e ha invece ribadito le proprie preoccupazioni per le continue forniture di armi statunitensi a Taiwan.

Al ritorno negli Stati Uniti, Trump ha dichiarato ai giornalisti di non aver ancora preso una decisione definitiva sul completamento delle forniture militari all’isola.

Le sue parole hanno generato inquietudine a Taipei, ma anche tra gli altri alleati asiatici di Washington, come Giappone e Corea del Sud.

I dubbi sull’affidabilità americana non riguardano però soltanto l’Asia.

Negli ultimi anni Trump ha più volte manifestato diffidenza verso la NATO e mantenuto rapporti complessi con diversi partner europei.

Anche i Paesi del Golfo stanno osservando con crescente preoccupazione l’evoluzione del conflitto, temendo che un Iran sopravvissuto agli attacchi possa emergere addirittura più forte sul piano politico e regionale.

Trump appare impaziente di chiudere la crisi e trovare una soluzione che gli consenta di rivendicare una vittoria diplomatica.

Tuttavia questa prospettiva sembra diventare ogni giorno più difficile.

Si rafforza infatti la convinzione che l’Iran, semplicemente resistendo agli attacchi e mantenendo aperto il confronto con gli Stati Uniti, possa uscire dal conflitto in una posizione migliore rispetto a quella iniziale.

A rafforzare questa lettura sono arrivate anche le recenti dichiarazioni del cancelliere tedesco Friedrich Merz, secondo il quale l’Iran e in particolare i Guardiani della Rivoluzione starebbero “umiliando” gli Stati Uniti.

Merz ha inoltre sostenuto che Washington sia entrata nel conflitto senza una strategia chiara, richiamando alla memoria le difficili esperienze americane in Afghanistan e Iraq.

Le ultime notizie indicano che Trump avrebbe deciso di rinviare ulteriori operazioni militari, citando alcuni progressi nei negoziati diplomatici.

Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti starebbero assumendo un ruolo sempre più attivo nei colloqui, consapevoli che la fiducia nella leadership americana si è progressivamente indebolita.

Resta ora da capire se questi sforzi diplomatici riusciranno davvero a porre fine al conflitto.

Per Trump sarebbe una vittoria politica importante, soprattutto considerando che la guerra continua a essere impopolare negli Stati Uniti, dove secondo gli ultimi sondaggi solo il 34% degli americani approva il coinvolgimento militare.