Nuova Zelanda, l’inglese diventa ufficialmente lingua di Stato: il Parlamento approva la legge

La norma affianca formalmente l’inglese al te reo Māori e alla lingua dei segni neozelandese. Il governo parla di una misura pratica, mentre opposizioni e partiti Māori denunciano una scelta inutile e politicamente provocatoria

L’inglese è stato formalmente riconosciuto come lingua ufficiale della Nuova Zelanda.

Il Parlamento ha approvato giovedì una legge che inserisce nella normativa uno status che, fino a oggi, esisteva soltanto nella pratica. L’inglese era infatti la lingua maggiormente utilizzata nelle istituzioni e nella vita quotidiana, ma la sua posizione ufficiale non era stata stabilita da una legge specifica.

Con il nuovo provvedimento viene affiancato al te reo Māori e alla lingua dei segni neozelandese, già tutelati formalmente.

La decisione ha però provocato un acceso confronto politico. I sostenitori parlano di chiarezza legislativa e riconoscimento della realtà del Paese. I critici considerano invece la legge superflua e temono che venga utilizzata per indebolire simbolicamente la posizione della lingua Māori.

Il governo: «Adeguiamo la legge alla realtà»

Il provvedimento è stato presentato dal ministro della Giustizia Paul Goldsmith, esponente della coalizione conservatrice guidata dal primo ministro Christopher Luxon.

Goldsmith non ha partecipato al dibattito parlamentare, ma il testo sostiene che l’inglese fosse da tempo una lingua ufficiale “di fatto”, ampiamente utilizzata e riconosciuta, senza però una definizione esplicita nella legislazione.

Casey Costello, del partito di destra New Zealand First, ha difeso la misura sostenendo che non si tratti di una questione irrilevante o di una distrazione.

Secondo Costello, la legge allinea semplicemente il quadro normativo alla pratica consolidata e offre una dichiarazione chiara sul ruolo dell’inglese all’interno dell’ordinamento neozelandese.

New Zealand First: «Una misura pratica»

New Zealand First è stato uno dei principali promotori politici dell’iniziativa.

Il leader del partito Winston Peters aveva sostenuto nei mesi scorsi che il riconoscimento formale fosse necessario per contrastare quella che aveva definito una narrativa costruita sul “virtue signalling”, cioè sull’ostentazione di posizioni simboliche considerate politicamente corrette.

Per i sostenitori, l’inglese deve essere riconosciuto per la sua funzione concreta nei servizi pubblici, negli ospedali, nell’istruzione, nelle comunicazioni istituzionali e nei trasporti.

Simon Court, deputato del partito ACT e membro della coalizione, ha citato gli ospedali e il traffico aereo come esempi di settori nei quali la chiarezza linguistica sarebbe fondamentale.

«Quando andiamo in ospedale e dobbiamo trovare un reparto o un appuntamento, la lingua inglese è importante», ha affermato.

Court ha inoltre richiamato l’utilizzo dell’inglese nelle comunicazioni tra controllori del traffico aereo e piloti.

I Verdi: «Il Māori ha dovuto lottare per essere riconosciuto»

Durissima la reazione della deputata dei Verdi Tamatha Paul.

Paul ha accusato i sostenitori della legge di essere infastiditi dall’uso del termine Aotearoa, nome Māori della Nuova Zelanda, e ha ricordato che il te reo Māori possiede una tutela specifica perché per generazioni venne represso.

La parlamentare ha sottolineato che la lingua indigena non ricevette automaticamente il proprio riconoscimento, ma dovette conquistarlo attraverso proteste, mobilitazioni e battaglie politiche.

«Il te reo Māori ha uno status protetto perché è stato sistematicamente tolto di bocca ai Māori», ha dichiarato.

Secondo la deputata, equiparare la storia dell’inglese a quella della lingua indigena significa ignorare il diverso percorso vissuto dalle due comunità linguistiche.

Te Pāti Māori: «Perché perdere tempo su ciò che esiste già?»

Anche Te Pāti Māori ha criticato il provvedimento.

La deputata Oriini Kaipara, intervenendo in Māori, ha chiesto quale beneficio concreto possa derivare da una legge destinata a formalizzare qualcosa che nessuno mette in discussione.

«Perché stiamo dedicando tutto questo tempo a una legge quando sappiamo che l’inglese è già la lingua principale della Nuova Zelanda?», ha domandato.

Per il partito Māori, il dibattito rappresenta uno spreco di tempo parlamentare che avrebbe potuto essere utilizzato per affrontare questioni economiche, sanitarie e sociali più urgenti.

I critici hanno inoltre osservato che nemmeno il Regno Unito ha ritenuto necessario dichiarare formalmente l’inglese come propria lingua ufficiale.

Il Labour vota a favore, ma definisce la legge «inutile»

Il Partito Laburista ha votato per l’approvazione, pur contestando apertamente l’utilità del provvedimento.

La deputata Camilla Bellich ha sostenuto che l’inglese fosse già, nei fatti e nella sostanza, una lingua ufficiale e che non vi fosse alcuna necessità di politicizzarne l’utilizzo.

Con tono ironico, ha paragonato la legge alla possibilità di regolamentare il cambiamento delle stagioni o i venti meridionali che attraversano Wellington.

La posizione del Labour ha quindi permesso alla legge di passare, ma senza offrirle un sostegno politico entusiasta.

Perplessità anche nel National Party

Anche all’interno del National Party, principale forza della coalizione di governo, gli interventi sono apparsi particolarmente freddi.

La deputata Vanessa Weenink ha riconosciuto che l’inglese era la lingua principale del Parlamento prima della legge e continuerà a esserlo anche dopo.

«L’unica cosa realmente cambiata è che abbiamo trascorso diverse ore a parlarne in inglese», ha osservato.

Una frase che ha sintetizzato la contraddizione centrale del dibattito: una legge formalmente significativa, ma con effetti pratici immediati estremamente limitati.

Che cosa cambia realmente

La nuova norma non modifica l’utilizzo quotidiano delle lingue nelle istituzioni o nella società.

L’inglese era già la lingua dominante nel Parlamento, nei tribunali, nelle scuole, nei media e nell’amministrazione pubblica.

Il cambiamento consiste soprattutto nel riconoscimento legislativo ufficiale.

Il te reo Māori e la lingua dei segni neozelandese continueranno a mantenere il proprio status e le relative tutele. La legge non cancella formalmente nessuno dei diritti già esistenti.

La disputa riguarda quindi soprattutto il significato politico e culturale dell’iniziativa.

Per alcuni, si tratta di una semplice correzione tecnica. Per altri, rappresenta una nuova tappa del confronto sull’identità nazionale e sul rapporto tra la maggioranza anglofona e la popolazione Māori.

Una legge nel pieno della campagna elettorale

La decisione arriva a pochi mesi dalle elezioni generali previste per novembre.

Il tema della lingua si inserisce in un confronto politico più ampio sull’utilizzo del te reo Māori nelle istituzioni, sul nome Aotearoa e sul ruolo del Trattato di Waitangi nella vita pubblica neozelandese.

Secondo l’ultimo sondaggio Taxpayers’ Union–Curia riportato, il Labour si trova al 31,5%, mentre il National Party è al 30,5%.

In una competizione così equilibrata, anche una legge dagli effetti pratici limitati può diventare uno strumento per mobilitare elettori e rafforzare identità politiche contrapposte.

Una formalità diventata battaglia culturale

La Nuova Zelanda ha dunque trasformato in legge una realtà che esisteva già da generazioni.

L’inglese viene utilizzato dalla maggioranza della popolazione ed è da tempo la lingua principale dello Stato. La sua ufficializzazione non cambia la vita quotidiana dei cittadini, ma modifica il quadro simbolico del Paese.

Ed è proprio sul piano simbolico che si concentra lo scontro.

Per il governo, si tratta di riconoscere con chiarezza ciò che già esiste. Per le opposizioni Māori e i Verdi, è una legge non necessaria che rischia di banalizzare la lunga lotta condotta per salvare e tutelare la lingua indigena.

Il testo è stato approvato. Ma la discussione sull’identità linguistica della Nuova Zelanda è tutt’altro che conclusa.