Ci vuole pazienza

Di Marco Testa

Guai ad essere tutti uguali, a pensarla tutti allo stesso modo. Saremmo oppressi oltre che noiosi. Una società senza differenze di idee, di sensibilità e di esperienze non sarebbe in armonia: sarebbe soltanto silenzio forzato, conformismo e rinuncia al pensiero.

Un giornale dal pensiero unico – che grazie a Dio non è il nostro caso – sarebbe soltanto un brutto “copia e incolla” di qualche altra testata già arrivata in edicola il giorno prima.

La tentazione di uniformare tutto è forte. Rende ogni cosa più prevedibile, più gestibile, apparentemente più ordinata. Ce ne accorgiamo anche noi in redazione, tra una scadenza e l’altra, quando le cose non vanno come dovrebbero, quando emergono sensibilità differenti e persino qualche inevitabile momento di tensione.

L’indole del mio predecessore era quella di distribuire un paio di “vaffa” qua e là a poche ore dalla chiusura e, allo stesso tempo, spronarci a collaborare. Un metodo forse un po’ troppo diretto, che probabilmente oggi non funzionerebbe con tutti, perché cambiano i tempi e cambiano le persone.

Eppure ciò che è davvero vivo non è mai uniforme. Le idee si scontrano, le opinioni si intrecciano, le persone portano mondi diversi dentro la stessa stanza. Ed è proprio da quell’incontro, a volte difficile e persino faticoso, che nasce qualcosa di nuovo, di bello e spesso di più adatto alle sfide del presente.

Essere diversi non significa essere contro. Significa portare un punto di vista unico, un’esperienza irripetibile, una prospettiva che può arricchire quella degli altri. Saper convivere con questa realtà è una delle forme più alte di civiltà.

Per riuscirci serve pazienza. La pazienza di non ridurre tutto a uno schema semplice. La pazienza di lasciare spazio all’altro. La pazienza di accettare che la verità raramente appartiene a una sola voce e che spesso si trova nel punto d’incontro tra opinioni differenti.

C’è poi una pazienza ancora più profonda, forse la più difficile da coltivare: quella verso sé stessi.

Accettare che anche il proprio pensiero possa cambiare nel tempo. Riconoscere che le certezze di ieri possono essere riviste oggi. Comprendere che la coerenza non coincide con la rigidità, ma con la capacità di crescere senza perdere la propria identità.

Spesso pretendiamo dagli altri una comprensione immediata, ma facciamo molta più fatica a concederla a noi stessi. Eppure dentro ciascuno di noi convivono dubbi, contraddizioni, riflessioni e cambiamenti che non devono essere cancellati, ma ascoltati.

In questo senso la pazienza ci insegna a non avere fretta di definirci una volta per tutte. Ci ricorda che la maturità non consiste nell’avere sempre ragione, ma nel continuare a cercare, ad ascoltare e a comprendere.

Forse è proprio questa la forza di una comunità, di una redazione e persino di una democrazia: non l’uniformità, ma la capacità di restare uniti pur rimanendo diversi. Perché le differenze, quando vengono rispettate, non dividono. Arricchiscono. E rendono tutti un po’ più liberi.