Legge elettorale e il convitato di pietra

(foto di Francesco Ammendola - Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)

di Emanuele Esposito

C’è un dettaglio che colpisce leggendo il nuovo testo della legge elettorale presentato in Parlamento. Mentre il dibattito politico si concentra sul premio di governabilità, sulla soglia del 42%, sull’abolizione del ballottaggio e sugli equilibri tra maggioranza e opposizione, milioni di italiani all’estero restano ancora una volta sullo sfondo.

Da anni la politica italiana discute del voto degli italiani nel mondo quasi esclusivamente quando emergono polemiche, contestazioni o sospetti sul sistema elettorale. Poi, terminata l’emergenza, il tema torna rapidamente nel cassetto.

Il nuovo testo riconosce apertamente che esistono problemi. Si parla della necessità di impedire la stampa non autorizzata delle schede, di contrastare furti e smarrimenti dei plichi elettorali, di evitare voti multipli e di garantire una verifica più efficace dell’identità dell’elettore.

Tradotto in parole semplici: il Parlamento ammette che il sistema attuale presenta vulnerabilità che non possono essere ignorate. Per anni chi sollevava dubbi sul voto per corrispondenza veniva spesso accusato di voler mettere in discussione un diritto conquistato con fatica dagli italiani emigrati. Oggi, invece, la stessa politica riconosce che sicurezza, trasparenza e affidabilità devono essere rafforzate.

Il testo non contiene una riforma concreta del voto estero. Rimanda tutto a un futuro regolamento che dovrà essere predisposto successivamente dal Governo. In pratica si stabilisce che qualcosa deve cambiare, ma non si spiega ancora come.

È sufficiente intervenire sugli aspetti tecnici o sarebbe arrivato il momento di affrontare una discussione più ampia sulla rappresentanza degli italiani nel mondo?

Gli iscritti all’AIRE hanno superato da tempo i sei milioni. Sono una realtà demografica, economica e culturale enorme. Eppure continuano a occupare uno spazio marginale nel dibattito politico nazionale.

Si parla di loro durante le campagne elettorali. Si ricordano quando si vota. Poi tornano invisibili.

La questione non riguarda soltanto la sicurezza delle schede o la consegna dei plichi. Riguarda il rapporto tra l’Italia e una parte significativa della propria comunità nazionale. Riguarda il diritto di partecipare alla vita democratica senza ostacoli, senza sospetti e senza essere considerati cittadini di serie B.

Per questo il tema del voto estero meriterebbe qualcosa di più di poche righe inserite in una riforma elettorale costruita attorno agli equilibri della politica romana.

Meriterebbe un confronto aperto sul futuro della Circoscrizione Estero, sull’utilizzo delle nuove tecnologie, sui sistemi di identificazione digitale, sulla trasparenza delle procedure e sulla qualità della rappresentanza.

La politica ha finalmente riconosciuto che esiste un problema. Adesso resta da capire se esista anche la volontà di risolverlo davvero. Perché il rischio è che, ancora una volta, la discussione finisca per concentrarsi sui seggi, sulle coalizioni e sui numeri della maggioranza, lasciando ai margini milioni di italiani che vivono fuori dai confini nazionali ma continuano a far parte, a pieno titolo, della Repubblica.

E forse è proprio questo il vero convitato di pietra della riforma.