La plenaria del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero si è aperta alla Farnesina con un’immagine che fotografa perfettamente lo stato della rappresentanza degli italiani nel mondo: da una parte il governo che rivendica modernizzazione, digitalizzazione e rilancio dei servizi consolari; dall’altra un CGIE attraversato da dubbi, tensioni interne e timori sempre più evidenti di perdere peso politico.
Ad inaugurare i lavori è stato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha ringraziato i consiglieri per il lavoro svolto “a tutela degli interessi dell’Italia e dei connazionali all’estero”, rivendicando gli sforzi messi in campo dalla Farnesina in una fase internazionale definita “particolarmente complessa”.
Dal Golfo al Venezuela, passando per la tragedia di Crans Montana, Tajani ha voluto mettere al centro l’azione diplomatica e consolare del Ministero, ribadendo che la nuova organizzazione della Farnesina punta sempre più sui servizi ai cittadini. Un passaggio chiave è stato dedicato alla digitalizzazione: a giugno verrà inaugurata una nuova sala operativa ad alta tecnologia dedicata proprio all’assistenza consolare, mentre Fast-It e Prenotami sono ormai prossimi alla completa migrazione digitale.
Numeri alla mano, il Ministero rivendica anche un aumento del 18,3% nel rilascio delle carte d’identità elettroniche all’estero nel 2025, oltre a nuovi investimenti sulla rete consolare onoraria e all’apertura di ulteriori sedi diplomatiche e consolari.
Ma se sulla modernizzazione dei servizi il clima appare relativamente condiviso, il vero terreno di scontro è ancora una volta la cittadinanza.
Tajani ha parlato apertamente di una riforma che avrebbe “restituito dignità a un diritto che deve fondarsi su valori autentici”, rivendicando il pronunciamento della Corte Costituzionale favorevole alla nuova legge sulla cittadinanza approvata nel 2025.
Parole che però hanno immediatamente fatto emergere la frattura interna al CGIE.
Dall’America Latina al Nord America, molti consiglieri hanno contestato duramente la riforma. Mariano Gazzola l’ha definita “ingiusta” e “politicamente illegittima”, mentre Aldo Lamorte ha denunciato il “dolore e l’incredulità” provocati in Sud America dalle nuove norme che hanno ristretto l’accesso alla cittadinanza iure sanguinis.
Il tema resta esplosivo soprattutto nelle collettività storiche dell’America Latina, dove milioni di discendenti italiani vedono nelle nuove restrizioni un ridimensionamento del legame storico con l’Italia.
Sul fronte politico-istituzionale, uno dei dossier più attesi riguarda il rinnovo dei Comites, previsto entro la fine del 2026. La Farnesina ha già stanziato 14 milioni di euro per le consultazioni e Tajani ha assicurato il massimo impegno per garantire il diritto di voto e una partecipazione significativa.
Ma proprio qui emerge uno dei grandi problemi strutturali della rappresentanza estera: la partecipazione.
Negli interventi dei consiglieri è emersa chiaramente la percezione di un sistema che rischia progressivamente di perdere centralità, autorevolezza e coinvolgimento reale delle comunità italiane all’estero.
A colpire la plenaria è stato soprattutto l’intervento di Gianluigi Ferretti, storico consigliere di nomina governativa, che con toni quasi malinconici ha parlato di “decadimento” del sistema della rappresentanza.
“In questo circo del CGIE ci sono acrobati, domatori e clown. Io sono un clown triste”, ha detto Ferretti, ricordando gli anni delle grandi battaglie per l’Aire, il voto estero, i Comites e lo stesso CGIE.
Secondo Ferretti, il momento di massima forza della rappresentanza degli italiani nel mondo si sarebbe esaurito proprio con l’introduzione del voto estero: “l’opinione pubblica ci ha misurato e hanno iniziato a scemare interesse e fondi”.
Parole dure, che hanno provocato commozione persino tra avversari politici storici presenti in sala.
Anche Luigi Billè, dal Regno Unito, ha lanciato accuse pesanti contro la gestione del CGIE negli ultimi anni, parlando di “produttività modesta”, “comunicazione poco inclusiva” e mancanza di autorevolezza nei confronti dell’amministrazione centrale.
Un giudizio condiviso anche da Paolo Dussich, mentre altri consiglieri hanno chiesto una revisione della composizione territoriale del CGIE per adeguarla ai nuovi equilibri demografici e politici dell’emigrazione italiana contemporanea.
Dal fronte australiano è intervenuto anche Francesco Papandrea, favorevole ad una revisione della distribuzione territoriale dei rappresentanti, tema che potrebbe aprire nei prossimi mesi una discussione molto delicata sugli equilibri interni del Consiglio.
Nel mezzo di queste tensioni, la segretaria generale Maria Chiara Prodi ha cercato di rilanciare il ruolo del CGIE come luogo di partecipazione e proposta, chiedendo “coraggio” sia alla Farnesina sia allo stesso Consiglio per costruire un nuovo metodo di collaborazione.
Il messaggio della Prodi è apparso chiaro: il sistema della rappresentanza degli italiani all’estero può ancora avere un futuro, ma solo se riuscirà ad uscire dalla logica della sopravvivenza burocratica per tornare ad essere realmente incisivo sul piano politico e sociale.
E forse è proprio questo il punto centrale emerso da questa prima giornata di lavori: dietro i numeri, le relazioni ufficiali e le promesse sulla digitalizzazione, il CGIE sembra oggi attraversato da una domanda molto più profonda.
Che ruolo vuole avere davvero nel futuro dell’emigrazione italiana?

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