Nuova tensione tra Nuova Zelanda e Cina: Pechino vieta l’ingresso a quattro parlamentari dopo una visita a Taiwan

Si apre un nuovo fronte diplomatico tra Nuova Zelanda e Cina dopo la decisione di Pechino di vietare l’ingresso nel Paese, a Hong Kong e a Macao, a quattro parlamentari neozelandesi che nelle scorse settimane avevano effettuato una visita ufficiale a Taiwan.

La misura, comunicata dall’ambasciata cinese attraverso i canali parlamentari di Wellington, ha provocato una dura reazione del primo ministro neozelandese Christopher Luxon, che ha definito il provvedimento “del tutto inappropriato” e ha annunciato che il governo solleverà direttamente la questione con le autorità cinesi.

Al centro della vicenda vi è una delegazione composta dai parlamentari Laura McClure, David Wilson e Maureen Pugh della coalizione di centrodestra al governo, insieme al deputato laburista Duncan Webb. Il gruppo ha trascorso cinque giorni a Taipei il mese scorso per una serie di incontri istituzionali.

Parlando ai giornalisti durante una visita ufficiale in Australia, dove ha incontrato il primo ministro Anthony Albanese, Luxon ha sottolineato che i parlamentari coinvolti non rappresentavano il governo esecutivo della Nuova Zelanda.

“Devono essere liberi di incontrare chi desiderano incontrare”, ha dichiarato il premier, aggiungendo che la risposta cinese appare sproporzionata e incompatibile con le normali relazioni tra due Paesi che intrattengono intensi rapporti economici e diplomatici.

Luxon ha inoltre precisato che Wellington affronterà la questione direttamente con Pechino, considerandola un tema da risolvere sul piano bilaterale.

La decisione cinese si inserisce nel delicato contesto delle relazioni internazionali che riguardano Taiwan.

Pechino considera infatti Taiwan parte integrante del proprio territorio e non ha mai escluso il ricorso alla forza per riportare l’isola sotto il controllo della Repubblica Popolare Cinese. Il governo di Taipei respinge però tali rivendicazioni e si considera uno Stato sovrano e democratico.

Qualsiasi visita ufficiale di rappresentanti stranieri a Taiwan viene spesso interpretata dalle autorità cinesi come una sfida al principio dell’“Unica Cina”, pilastro della politica estera di Pechino.

Rapporti economici sotto osservazione

La vicenda assume particolare rilevanza perché la Cina rimane il principale partner commerciale della Nuova Zelanda.

Negli ultimi anni Wellington ha cercato di mantenere un equilibrio tra la necessità di preservare i rapporti economici con Pechino e la crescente preoccupazione per l’espansione dell’influenza cinese nel Pacifico.

Pur mantenendo relazioni generalmente stabili, il governo neozelandese è diventato progressivamente più esplicito nel denunciare alcune attività cinesi nella regione, allineandosi in parte alle posizioni di Australia e Stati Uniti.

La questione ha attirato l’attenzione anche di Canberra.

Il governo australiano ha annunciato che solleverà le proprie preoccupazioni sia presso l’ambasciata cinese a Canberra sia direttamente con le autorità di Pechino.

Luxon ha accolto positivamente il sostegno australiano, pur ribadendo che la controversia riguarda principalmente le relazioni tra Nuova Zelanda e Cina.

Nonostante le tensioni, il primo ministro neozelandese ha ricordato che il suo Paese continua a rispettare la storica politica dell’“Unica Cina”.

La Nuova Zelanda riconosce infatti il governo di Pechino come unico governo legittimo della Cina e prende atto delle rivendicazioni cinesi su Taiwan, pur senza sostenerle formalmente.

Una formula diplomatica che per decenni ha consentito a Wellington di mantenere relazioni economiche con la Cina e, allo stesso tempo, contatti informali con Taipei.

L’episodio rappresenta un nuovo segnale delle crescenti tensioni geopolitiche nell’Indo-Pacifico.

Mentre la competizione strategica tra Cina e Paesi occidentali continua ad intensificarsi, anche iniziative parlamentari o visite non governative rischiano sempre più di trasformarsi in questioni diplomatiche di rilievo internazionale.

Per la Nuova Zelanda, tradizionalmente considerata una delle nazioni occidentali più pragmatiche nei rapporti con Pechino, il caso potrebbe rappresentare un importante banco di prova per il futuro equilibrio tra interessi economici e autonomia politica.