Al via a Sydney il terzo blocco di udienze pubbliche. La Commissione esaminerà la diffusione dell’odio attraverso piattaforme digitali, mezzi d’informazione e trasmissioni radiotelevisive. Tra i testimoni Arsen Ostrovsky e Steven Lowy, mentre Meta sarà chiamata a rispondere sul funzionamento di Facebook e Instagram
La diffusione dell’antisemitismo attraverso i social network, le comunità digitali e i mezzi d’informazione entra al centro dei lavori della Royal Commission on Antisemitism and Social Cohesion.
A Sydney prende il via il terzo blocco di udienze pubbliche dell’inchiesta, chiamata ad analizzare il modo in cui contenuti antisemiti e altre forme di incitamento all’odio vengono prodotti, amplificati e condivisi nel dibattito pubblico australiano.
La Commissione esaminerà anche l’impatto di questi messaggi sulla comunità ebraica e l’efficacia delle norme, delle politiche aziendali e dei sistemi di moderazione attualmente utilizzati per contrastarli.
Le udienze proseguiranno fino al 10 luglio e coinvolgeranno vittime, rappresentanti della comunità, esperti, imprenditori, organizzazioni mediatiche e responsabili delle principali piattaforme digitali.
Tra i primi testimoni figurano Arsen Ostrovsky, sopravvissuto all’attacco di Bondi e successivamente preso di mira da teorie cospirative diffuse in rete, e l’imprenditore e filantropo Steven Lowy.
LE TEORIE COMPLOTTISTE DOPO L’ATTACCO DI BONDI
La testimonianza di Arsen Ostrovsky permetterà alla Commissione di esaminare uno degli aspetti più inquietanti dell’odio online: la trasformazione delle vittime in bersagli di campagne di disinformazione.
Ostrovsky rimase ferito durante l’attacco avvenuto durante una celebrazione ebraica a Bondi.
Successivamente, alcune immagini che lo mostravano sanguinante e mentre riceveva assistenza medica sarebbero state utilizzate in rete all’interno di narrazioni complottiste dirette a negare o distorcere quanto accaduto.
Il caso dimostra quanto rapidamente fotografie autentiche possano essere private del loro contesto e riutilizzate per costruire versioni false degli eventi.
Per chi è sopravvissuto a un attentato, l’esposizione a queste teorie rappresenta una seconda forma di violenza: dopo il trauma fisico e psicologico arriva la necessità di difendere pubblicamente la verità della propria esperienza.
La Commissione dovrà comprendere come questi contenuti riescano a raggiungere un pubblico molto ampio e quali responsabilità spettino alle piattaforme che li ospitano.
META ATTESA DAVANTI ALLA COMMISSIONE
Un rappresentante di Meta dovrebbe comparire durante questo blocco di udienze per rispondere alle domande relative a Facebook e Instagram.
L’attenzione sarà rivolta ai sistemi utilizzati per individuare e rimuovere i contenuti antisemiti, alle procedure di segnalazione e al ruolo degli algoritmi nella diffusione dei messaggi più divisivi.
Le piattaforme digitali sostengono da tempo di investire risorse significative nella sicurezza degli utenti e nella moderazione.
Resta però aperta la questione della velocità con cui l’odio riesce a diffondersi prima che un contenuto venga rimosso.
Una pubblicazione può essere condivisa, salvata, riprodotta e trasferita su altre piattaforme in pochi minuti.
Anche quando il messaggio originale viene cancellato, le sue copie possono continuare a circolare per giorni o settimane.
La Royal Commission dovrà valutare se le politiche esistenti siano sufficienti e se le società tecnologiche rispondano adeguatamente alle segnalazioni provenienti dagli utenti e dalle organizzazioni comunitarie.
ALGORITMI E CONTENUTI ESTREMI
Uno dei temi centrali sarà probabilmente il funzionamento dei sistemi di raccomandazione.
Gli algoritmi selezionano i contenuti da mostrare agli utenti sulla base delle loro precedenti interazioni, degli interessi e della probabilità che continuino a utilizzare la piattaforma.
Questo modello può favorire una maggiore permanenza online, ma rischia anche di amplificare messaggi sensazionalistici, aggressivi o estremi.
Un utente che interagisce con un contenuto cospirativo può ricevere progressivamente altre pubblicazioni simili, entrando in uno spazio digitale nel quale le stesse idee vengono ripetute e rafforzate.
La questione non riguarda soltanto la rimozione dei singoli messaggi.
La Commissione dovrà capire se l’architettura stessa delle piattaforme contribuisca involontariamente a premiare la polarizzazione e a rendere più visibili i contenuti capaci di generare rabbia, paura e conflitto.
L’IMPATTO SULLA COMUNITÀ EBRAICA
Le udienze analizzeranno anche le conseguenze concrete dell’antisemitismo sulla vita quotidiana degli australiani di fede o origine ebraica.
L’odio online non rimane necessariamente confinato dietro uno schermo.
Insulti, minacce e teorie cospirative possono trasformarsi in intimidazioni, vandalismi, isolamento sociale e timore di frequentare scuole, luoghi di culto, eventi culturali o spazi pubblici.
Per molte persone, la diffusione di contenuti antisemiti produce la sensazione di essere costantemente osservate o costrette a nascondere la propria identità.
Le famiglie possono arrivare a modificare le proprie abitudini, evitare di indossare simboli religiosi o rinunciare a partecipare a eventi comunitari.
La Commissione cercherà di comprendere non soltanto la quantità dei messaggi d’odio, ma il loro effetto sulla sicurezza, sulla salute mentale e sul senso di appartenenza alla società australiana.
IL RUOLO DEI MEDIA TRADIZIONALI
L’inchiesta non sarà limitata ai social network.
Saranno esaminati anche i media tradizionali, le trasmissioni radiotelevisive e il modo in cui vengono raccontati conflitti, tensioni comunitarie e questioni legate all’identità ebraica.
Il giornalismo ha il compito di informare, verificare e distinguere tra fatti, opinioni e propaganda.
In periodi di forte polarizzazione, però, titoli imprecisi, immagini fuori contesto o commenti non adeguatamente contestualizzati possono contribuire ad alimentare ostilità.
La Commissione dovrà stabilire se gli attuali codici editoriali e i sistemi di controllo siano sufficienti.
Un altro punto delicato sarà il confine tra libertà di espressione, critica politica e antisemitismo.
La critica alle decisioni del governo israeliano è parte legittima del dibattito democratico.
Diventa però necessario distinguere tale critica dagli attacchi rivolti indistintamente agli ebrei australiani, dalle generalizzazioni razziali e religiose e dal ricorso a stereotipi storicamente utilizzati per perseguitare le comunità ebraiche.
LIBERTÀ DI PAROLA E TUTELA DALL’ODIO
Il lavoro della Royal Commission si inserisce in un dibattito più ampio sulla libertà di espressione.
Ogni intervento normativo deve evitare di trasformarsi in uno strumento capace di soffocare il dissenso politico o il confronto pubblico.
Allo stesso tempo, la libertà di parola non può essere utilizzata per giustificare minacce, incitamento alla violenza, discriminazione o persecuzione nei confronti di una comunità.
La difficoltà consiste nel trovare un equilibrio applicabile tanto ai media tradizionali quanto alle piattaforme digitali.
Le regole dovranno essere comprensibili, coerenti e trasparenti.
Gli utenti devono sapere quali contenuti sono vietati, come vengono prese le decisioni e quali strumenti esistono per presentare un ricorso.
Le aziende tecnologiche, dal canto loro, potrebbero essere chiamate a fornire maggiori informazioni sui propri sistemi di moderazione e sui tempi necessari per intervenire dopo una segnalazione.
LE RESPONSABILITÀ DELLE PIATTAFORME
La presenza di Meta rappresenterà uno dei passaggi più attesi.
Facebook e Instagram raggiungono milioni di australiani e hanno un ruolo centrale nella formazione del dibattito pubblico.
La Commissione potrebbe chiedere quanti moderatori siano dedicati al mercato australiano, quali competenze linguistiche possiedano e come vengano identificati i messaggi codificati o apparentemente innocui che richiamano stereotipi antisemiti.
Un’altra questione riguarda gli account recidivi.
Quando una pagina o un utente pubblica ripetutamente contenuti d’odio, la semplice rimozione del singolo post potrebbe non essere sufficiente.
La Commissione potrà valutare l’efficacia delle sospensioni, della chiusura degli account e delle limitazioni alla monetizzazione.
Sotto osservazione anche la pubblicità: contenuti estremisti possono infatti generare guadagni attraverso visualizzazioni, condivisioni e interazioni.
UNA SFIDA PER LA COESIONE SOCIALE
La Royal Commission non ha il solo compito di individuare responsabilità.
L’obiettivo più ampio è proporre strumenti capaci di rafforzare la coesione sociale australiana.
L’Australia è una società multiculturale costruita sull’incontro tra comunità, religioni e tradizioni differenti.
Quando un gruppo viene rappresentato come estraneo, pericoloso o collettivamente responsabile delle azioni di governi e organizzazioni straniere, viene indebolito il principio secondo cui ogni cittadino deve potersi sentire parte della stessa comunità nazionale.
Contrastare l’antisemitismo significa quindi proteggere non soltanto gli ebrei australiani, ma la qualità della democrazia e della convivenza civile.
Lo stesso principio deve valere contro ogni forma di odio religioso, etnico o razziale.
LE POSSIBILI RACCOMANDAZIONI
Le testimonianze raccolte potranno contribuire alle raccomandazioni finali della Commissione.
Tra le ipotesi che potrebbero emergere figurano norme più severe per le piattaforme, sistemi di segnalazione più rapidi, maggiore trasparenza sugli algoritmi, obblighi di conservazione dei dati e un migliore coordinamento tra aziende tecnologiche e autorità.
Potrebbero essere proposti anche programmi educativi rivolti alle scuole, alle redazioni e agli utenti, insieme a strumenti di assistenza per le vittime dell’odio online.
Un ruolo importante potrebbe essere affidato all’alfabetizzazione digitale.
Imparare a riconoscere fonti false, immagini manipolate e narrazioni cospirative rappresenta una delle difese più efficaci contro la disinformazione.
La repressione, da sola, non è sufficiente.
Serve una cultura pubblica capace di riconoscere e respingere l’odio prima che diventi normale.
DALLE TESTIMONIANZE ALLE RIFORME
Le prossime udienze offriranno alla Royal Commission l’opportunità di ascoltare contemporaneamente le vittime e i responsabili dei sistemi attraverso i quali circolano le informazioni.
Da una parte ci saranno persone che hanno subito minacce, campagne diffamatorie e teorie complottiste.
Dall’altra, piattaforme e organizzazioni mediatiche dovranno spiegare quali misure abbiano adottato e perché determinati contenuti riescano ancora a diffondersi.
Il confronto sarà decisivo per trasformare le esperienze personali in possibili riforme.
L’antisemitismo online non è un problema astratto.
Può entrare nelle case, nelle scuole, nei luoghi di lavoro e nelle relazioni sociali, alimentando paura e divisione.
La sfida per l’Australia sarà proteggere la libertà di espressione senza permettere che gli spazi digitali diventino ambienti privi di responsabilità.
Le udienze di Sydney cercheranno di stabilire quanto le attuali regole siano efficaci e quali cambiamenti siano necessari.
Il risultato potrà avere conseguenze non soltanto per Meta e per il settore dei media, ma per il futuro stesso del dibattito pubblico australiano.
