È soprattutto una sfida umana, oltreché tecnologica, quella che gli uomini e le donne delle spedizioni in Antartide affrontano ogni anno, trascorrendo in completo isolamento nove mesi nella stazione italo-francese “Concordia”, a 3.200 d’altezza. Temperature inaccessibili, carenza di ossigeno, assenza di luce solare, isolamento totale. Sono loro, questi uomini e queste donne della Concordia, ad essere state al centro di una ricerca psicologica e biomedica condotta all’interno della base italo-francese che oggi rappresenta l’avamposto più remoto del pianeta, persino più inaccessibile della Stazione Spaziale Internazionale in caso di emergenze.
Gestita dall’IPEV francese e dal PNRA italiano, la base Concordia è quindi diventata il miglior luogo sulla Terra per studiare l’adattamento umano in ambienti ICE (Isolated, Confined and Extreme) e trasferire le conoscenze acquisite alle esplorazioni spaziali, anche grazie alla collaborazione ventennale con l’Agenzia Spaziale Europea (ESA). A Concordia, il team di winter over, composto quest’anno da 12 membri, si trova a vivere i nove mesi dell’inverno antartico in spazi confinati, con risorse limitate e un ambiente esterno ostile. Paradossalmente, mentre un equipaggio in orbita sulla Stazione Spaziale Internazionale può rientrare sulla Terra in poche ore, chi si trova a Concordia deve fare affidamento esclusivamente sulle proprie risorse. Durante il periodo invernale, nessun rifornimento e nessuna evacuazione sono possibili.

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