LA TREGUA FRAGILE E L’ODIO CRESCENTE

Mentre il mondo passa in poche ore dalle speranze di pace alla delusione, dagli annunci apocalittici alle sparate trumpiane sulle sue grandi (presunte) vittorie un solo dato è certo: troppi morti tra le rovine di Beirut nonostante la tregua. Perché sembra una tregua “à la arte”, con Netanyahu che l’accetta a metà ma – evidentemente considerando ormai il Libano “cosa sua” – ha subito dichiarato di non volerla applicare nel paese dei cedri limitandosi a sospendere i soli bombardamenti sull’Iran. Difficile capire quale sia l’effettiva volontà di Tel Aviv che di fatto sembra mirare soprattutto a seminare un panico diffuso, con l’occhio magari a qualche prossimo allargamento territoriale “de facto” che – come avvenne dopo la guerra del 1967 – piano piano diventa consolidato.

Mi sono considerato per decenni amico sincero di Israele, ma mi è impossibile giustificare oggi questi atteggiamenti, come quelli in Cisgiordania, dove continuano i nuovi insediamenti di coloni a spese dei palestinesi e anche dei pochi cristiani ancora superstiti nell’area. Di sicuro Israele in queste settimane ha subito perdite e molti più attacchi missilistici del passato, buona parte dei riservisti sono mobilitati e tutti vivono sotto una continua serie di allarmi che inducono a cercare per il Libano “una soluzione finale”, costi quello che costi.

Ma non può vincere una sorta di dottrina della guerra e odio permanente verso tutti e in cui i fronti restano tutti aperti: a Gaza le truppe sono ancora dispiegate in oltre metà della Striscia, in Libano sono posizionate in profondità, ufficialmente per allontanare dal confine i miliziani di Hezbollah, fino a ieri armati dall’Iran ma in realtà occupando il paese. Gli israeliani d’altronde non hanno riguardi per nessuno, neppure per le truppe ONU dispiegate al confine libanese ed è chiaro che nel mondo l’astio e l’odio verso Israele siano così enormemente cresciuti. Ma come può pensare il governo israeliano di poter per sempre sopravvivere solo contro tutti?

L’odio cresce contro Israele (e conseguentemente anche contro gli ebrei) e un sondaggio dei giorni scorsi pubblicato dal Pew Research Center sottolinea come ormai sei americani su dieci gli siano contrari, il 7% in più rispetto a pochi mesi fa, ben un +20% rispetto a prima del 7 ottobre. Maggiormente ostili i democratici dei repubblicani, i giovani rispetto agli anziani, ma in generale c’è un crollo della popolarità di Gerusalemme di cui anche Trump (e chiunque gli succederà) deve e dovrà tenerne conto. D’altronde anche tutti i governanti europei si trovano a dover prendere atto di questa realtà, sempre più in difficoltà nel legare il proprio nome ad un rapporto con Israele che si è così deteriorato progressivamente.

Non è un caso che già qualche mese fa e ben prima della guerra – secondo un’indagine pubblicata da “Termometro politico” – Israele risultava per gli italiani “la maggior minaccia per la pace nel mondo” staccando perfino, in negativo, la Russia di Putin e con un dato doppio rispetto al pericolo iraniano. Per questo credo che tutti i veri amici di Israele devono avere oggi il coraggio di chiedere un netto cambiamento di mentalità verso il mondo o sarà il disastro, prima di tutto per lo stesso stato ebraico.

UNGHERIA SFIDA L’EUROPA

Domenica elezioni in Ungheria con alta possibilità che Orban perda la maggioranza dopo 16 anni di governo mentre dovrebbe vincere Peter Magyar, già suo collaboratore, che ha riunito tutta l’opposizione. Dietro Orban c’è la Russia, Trump e forse la Cina, dietro Magyar ci sono Bruxelles e i soldi di Soros. Risultato incerto anche per il complicato sistema elettorale che tutela minoranze etniche e linguistiche con Orban che spera di recuperare seggi nei collegi uninominali contando sull’apparato locale, i finanziamenti a pioggia distribuiti nel tempo e metodi che i suoi avversari non esitano a definire mafiosi. Alcuni episodi hanno contrassegnato la campagna elettorale con conseguenze imprevedibili.

Per esempio il 5 marzo la polizia ha sequestrato due furgoni blindati che stavano attraversando il paese da (o verso?) l’Ucraina con a bordo 35 milioni di dollari e 40 milioni di euro in contanti (!) oltre a 9 kg. di oro in lingotti. “Soldi della mafia di Zelensky da usare in campagna elettorale” ha subito sostenuto il governo, di sicuro 7 persone (tutte ucraine) sono state arrestate e poi espulse, tra cui un ex generale dei servizi segreti ucraini e i fondi sono stati confiscati. Secondo Kiev era invece una transazione legittima che trasportava valori da Vienna al governo ucraino. Possibile farlo passare (in contanti?!) proprio attraverso l’Ungheria ostile, forse che i soldi non potevano passare da un’altra parte? Tutto viene taciuto e depistato, ma mi sembra un’altra dimostrazione della poca trasparenza del regime di Zelensky.

Certamente quello magiaro sarà un voto che avrà conseguenze europee visto che non da oggi Orban è un autentico freno all’interno dell’Europa, con l’Ungheria ad essere stata la prima (ma ora non più l’unica, viste le recenti posizioni di Slovacchia e Repubblica Ceca) a far valere il suo diritto di veto sia in chiave anti-Ucraina che sulle questioni economiche, ma – ad esempio – anche sulle tematiche LGTB. Budapest denuncia che in vista del voto l’Unione ha bloccato versamenti di legittimi contributi comunitari all’Ungheria e che preme sugli ungheresi residenti all’estero, Bruxelles replica che ciò avviene perché Orban non rispetta alcuni parametri fondamentali della Carta europea soprattutto in tema di trasparenza e controllo della magistratura.

FU QUESTA LA NAZIONALE

Lasciamoci con un argomento più leggero! Se guardate i tabellini di Como-Udinese giocata domenica scorsa, in campo c’era (a parte l’arbitro) un solo italiano. Come potete pensare che in queste condizioni cresca poi una nazionale di calcio? Ho letto una proposta sensata e che condivido per dare più spazio a nostri giocatori. Che la “Coppa Italia” possa veder schierare solo giocatori italiani, garantendo alla squadra vincitrice del titolo un accesso in Champion l’anno successivo. Sarebbe una rivoluzione per la composizione delle rose delle società di serie A, una rivalutazione concreta di giocatori che altrimenti non hanno mai spazio per emergere né possono crescere con una mentalità adatta alle gare internazionali. Se non si riforma, il nostro calcio è destinato a restare sempre di più ai margini, non c’è scampo.

IL FOSSILE NEL MONDO CHE LENTAMENTE CROLLA

Ma cosa “fa notizia” nell’animo delle persone? Ci siamo induriti, siamo distratti, spesso assurdi. Economicamente stiamo andando in pezzi, ma moralmente è anche peggio perché non c’è più una logica, un minimo di rispetto verso la persona umana che è alla base di ogni società civile. Mentre qualcuno usa la guerra per arricchirsi e speculare in borsa (magari qualche amico di Trump che ha la “soffiata” decisiva prima degli altri su qualche suo voltafaccia) tutti seguiamo le vicende in Iran, in Ucraina o in Libano alla fine preoccupandoci soprattutto perché aumenta la benzina, ma quanti sanno – per esempio – degli oltre 150.000 morti in Sudan e nel Darfur con 10 milioni di sfollati, 25 milioni di persone in emergenza umanitaria (metà di tutti gli italiani!) tra stupri, massacri, pulizie etniche?

Ed è solo uno dei tanti altri conflitti “minori”, quelli dimenticati che comunque distruggono il pianeta e chi ci abita. Giochiamo con il “green” o qualche piccolo gesto e poi il mondo, i mari, la natura li distruggiamo cento volte di più con la guerra, lo sfruttamento insensato, lo spreco e molta, troppa e totale ipocrisia… Ma la logica, dov’è? Non può sopravvivere a lungo una umanità così, dove basta la follia di un qualsiasi presidente (non solo di Trump) per iniziare un altro conflitto solo perché non esiste un arbitro mondiale credibile, un tribunale che equamente fermi un genocida. Quando penso a tutto ciò mi sento un fossile, inutile.

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