Comites nonostante tutto

di Flavio Bellinato – @Italiani Oltreconfine

Tra pochi mesi gli italiani residenti all’estero saranno chiamati a eleggere i nuovi Comitati degli Italiani all’Estero (Com.It.Es.). Come accade a ogni tornata elettorale, molti non sapranno nemmeno che si vota. Altri si chiederanno a cosa servano realmente questi organismi. Qualcuno li riterrà inutili. Altri, al contrario, attribuiranno loro poteri che, in realtà, non hanno.

Dopo quasi dieci anni trascorsi all’interno di due diversi Com.It.Es. e, in considerazione del fatto che, in base alla normativa vigente, non potrò candidarmi per un terzo mandato consecutivo, credo sia arrivato il momento di condividere qualche riflessione.

La prima cosa che ho imparato è che il Com.It.Es. vive un paradosso che pochi conoscono. La legge attribuisce infatti a questi organismi una duplice funzione: rappresentare la collettività italiana residente nella circoscrizione consolare e, allo stesso tempo, collaborare con l’Autorità diplomatico-consolare nell’individuazione delle esigenze della comunità e nella promozione di iniziative di interesse collettivo.

Sono due funzioni perfettamente compatibili, ma non sempre facili da conciliare. Rappresentare una comunità significa, talvolta, evidenziarne criticità e problemi e, spesso, ci si trova a confrontarsi su temi riguardanti l’erogazione dei servizi consolari. Collaborare con le istituzioni significa, allo stesso tempo, costruire un rapporto fondato sul dialogo e sul rispetto reciproco. È probabilmente questo il compito più difficile di un Com.It.Es.: trovare il giusto equilibrio tra autonomia, spirito di collaborazione e capacità di rappresentanza.

Esiste poi un’altra convinzione che, a mio avviso, andrebbe superata. Molti immaginano il Com.It.Es. come un organismo capace di risolvere direttamente i problemi consolari. Non è così. Il Com.It.Es. non rilascia passaporti, non decide sulle pratiche di cittadinanza, non modifica le leggi e non sostituisce il Consolato.

Anche il sistema elettorale presenta alcune contraddizioni. Per votare non basta essere iscritti all’AIRE: occorre manifestare preventivamente la volontà di partecipare alle elezioni. Una procedura che, negli anni, ha inevitabilmente limitato la partecipazione democratica, lasciando fuori molti cittadini semplicemente perché non erano a conoscenza dell’adempimento o non hanno rispettato i termini previsti.

Esiste poi un secondo paradosso. La normativa prevede che le candidature si presentino esclusivamente attraverso liste civiche, escludendo formalmente i partiti politici. È una scelta che mira a preservare il carattere apartitico dei Com.It.Es. Nella pratica, tuttavia, è naturale che persone accomunate da idee, valori o sensibilità simili possano ritrovarsi all’interno della stessa lista. Una riflessione su questo modello, forse, potrebbe essere utile.

Ed è qui che torno alla domanda iniziale. Perché, nonostante tutto, vale ancora la pena partecipare? Perché i Com.It.Es. rappresentano ancora oggi uno dei pochi strumenti attraverso cui gli italiani residenti all’estero possono contribuire direttamente alla vita della propria comunità.

Sono organismi perfettibili. Alcuni aspetti della normativa meriterebbero probabilmente di essere aggiornati. Le aspettative di chi vi entra per la prima volta rischiano talvolta di scontrarsi con competenze più limitate di quanto si immaginasse. È una frustrazione che, non di rado, porta alcuni consiglieri a rassegnare le proprie dimissioni prima della conclusione del mandato.

Eppure, quando affrontato con spirito di servizio e senso delle istituzioni, il lavoro all’interno di un Com.It.Es. può produrre risultati concreti. Non sempre immediati. Non sempre visibili. Ma spesso importanti per la collettività.

Le istituzioni non migliorano da sole. Migliorano quando chi ne conosce i limiti sceglie comunque di partecipare, anziché voltarsi dall’altra parte. Anche il futuro dei Com.It.Es., con tutti i loro difetti, dipenderà soprattutto dalla qualità delle persone che decideranno di mettersi a disposizione della collettività.

Se oggi mi chiedessero se rifarei questa esperienza, la risposta sarebbe sì. Non perché ritenga perfetto il sistema, tutt’altro. Ma perché credo che il modo migliore per migliorarlo sia conoscerlo, viverlo e contribuire, dall’interno, a farlo evolvere.

Nei prossimi mesi inizierà una nuova campagna elettorale. Il mio auspicio è che si parli meno di slogan e un po’ di più del ruolo reale dei Com.It.Es., delle loro potenzialità, ma anche dei loro limiti.

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