Commissione Covid, Conte all’attacco: «Ho agito con disciplina e onore». Scontro su mascherine, piano pandemico, vaccini e missione russa

L’ex presidente del Consiglio audito per ore davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta. Deposita un documento sulle mascherine e annuncia di averlo consegnato alla Procura di Roma. La maggioranza contesta le sue ricostruzioni. Nuova audizione fissata per il 14 settembre

Audizione lunga, tesa e politicamente durissima quella di Giuseppe Conte davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid.

L’ex presidente del Consiglio ha difeso le scelte compiute dal suo governo durante la fase più drammatica della pandemia, rivendicando di essersi assunto pienamente la responsabilità politica delle decisioni adottate e accusando la Commissione di essersi trasformata, a suo giudizio, in un «plotone di esecuzione» nei suoi confronti. 

La maggioranza ha reagito contestando numerosi passaggi della relazione, in particolare quelli relativi alle mascherine, al piano pandemico, all’obbligo vaccinale e alle responsabilità istituzionali.

L’audizione non ha esaurito tutti i temi. Conte tornerà in Commissione il 14 settembre

«Giuro di dire la verità sul mio onore»

Conte ha aperto il proprio intervento soffermandosi sulla forma della libera audizione, precisando che un parlamentare non può essere sentito con le modalità di una testimonianza ordinaria.

Ha comunque dichiarato di assumersi «la piena responsabilità giuridica» delle proprie parole e ha aggiunto: «Giuro di dire la verità sul mio onore».

Un riferimento rivolto, ha spiegato, alle vittime, ai familiari, agli operatori sanitari e a tutte le persone che durante la pandemia hanno lavorato per mantenere in piedi il Paese. 

Il documento sulle mascherine consegnato alla Procura

Uno dei passaggi più delicati dell’audizione è arrivato all’inizio.

Conte ha depositato un documento datato 14 aprile 2022, ricevuto – secondo quanto dichiarato – in forma anonima, relativo a una verifica su forniture di mascherine della società JC Electronics Italia.

L’ex premier ha spiegato di aver consegnato il documento alla Procura di Roma perché, a suo giudizio, meritevole di approfondimento.

Secondo la sua lettura, dal verbale emergerebbe la possibilità che alcuni prodotti consegnati non corrispondessero alle caratteristiche dichiarate. Conte ha utilizzato ripetutamente il condizionale, sottolineando di non avere gli strumenti per effettuare accertamenti autonomi. 

Ha inoltre criticato la successiva transazione da 100 milioni di euro tra lo Stato e la società, invitando Presidenza del Consiglio e Ministero della Salute a verificare la vicenda prima di procedere definitivamente con i pagamenti. 

La maggioranza: «Quel documento è già stato valutato»

La deputata di Fratelli d’Italia Alice Buonguerrieri ha contestato immediatamente la ricostruzione.

Secondo quanto sostenuto durante l’audizione, il documento non sarebbe nuovo e alcuni aspetti relativi alle certificazioni sarebbero già stati esaminati in procedimenti giudiziari con conclusioni differenti rispetto alle ipotesi prospettate da Conte.

Buonguerrieri ha citato anche decisioni tributarie favorevoli alla società e ha difeso la transazione come uno strumento utilizzato per limitare l’esposizione economica dello Stato.

Conte ha replicato precisando di non aver affermato che la certificazione fosse falsa, ma che dal documento ricevuto emergerebbe una possibile difformità tra alcune mascherine e quanto dichiarato. Ha quindi ribadito di aver affidato ogni valutazione alla magistratura. 

Conte difende lockdown e DPCM

Una parte consistente della relazione è stata dedicata alle misure restrittive.

Conte ha sostenuto che l’Italia, trovandosi tra i primi Paesi occidentali travolti dalla pandemia, dovette prendere decisioni senza precedenti, in un quadro scientifico ancora incompleto.

La scelta politica, ha spiegato, fu quella di attribuire priorità alla tutela della salute, cercando allo stesso tempo di limitare il sacrificio delle altre libertà costituzionali.

L’ex premier ha difeso anche il ricorso ai DPCM, sostenendo che fossero inseriti all’interno di una cornice legislativa definita dai decreti legge e permettessero interventi più rapidi e graduati in funzione dell’andamento epidemiologico. 

«La salute non era alternativa all’economia»

Conte ha respinto anche la contrapposizione tra tutela sanitaria e tutela dell’economia.

Secondo l’ex presidente del Consiglio, lasciare correre il virus avrebbe comunque paralizzato fabbriche, servizi e attività produttive perché i lavoratori non si sarebbero sentiti sicuri.

Ha ricordato il protocollo del 14 marzo 2020 raggiunto con sindacati e imprese per consentire la prosecuzione delle attività produttive in condizioni di maggiore sicurezza. 

Conte ha poi rivendicato gli interventi economici del proprio governo, dal blocco dei licenziamenti agli ammortizzatori sociali fino alla battaglia europea che portò al Next Generation EU.

Piano pandemico, il confronto più duro

Uno dei nodi centrali è stato il piano pandemico del 2006.

Conte ha sostenuto che quel piano fosse stato concepito per una pandemia influenzale e si fosse rivelato inadeguato rispetto alle caratteristiche del Covid-19.

Ha ricordato come lo stesso estensore del piano, Donato Greco, avesse parlato della necessità di aggiornarlo e come altri Paesi avessero predisposto strumenti specifici per il coronavirus. 

La maggioranza ha però contestato questa interpretazione.

Nel corso dell’audizione sono state richiamate altre parti delle dichiarazioni di Greco e valutazioni di diversi esperti secondo cui, pur essendo insufficiente da solo, quel piano avrebbe comunque potuto fornire indicazioni utili per preparazione, sorveglianza, dispositivi di protezione e gestione delle infezioni respiratorie. 

Conte ha replicato che la responsabilità per il mancato aggiornamento non poteva essere attribuita esclusivamente ai suoi governi, ricordando che dal 2006 si erano succeduti numerosi esecutivi e che un nuovo piano fu poi approvato nel gennaio 2021. 

L’allerta OMS e lo stato d’emergenza

Conte ha ricostruito anche la sequenza che portò alla dichiarazione dello stato d’emergenza.

Secondo la sua tesi, l’avviso OMS del 5 gennaio 2020 aveva natura informativa e non equivaleva alla dichiarazione di emergenza sanitaria internazionale.

Quest’ultima arrivò il 30 gennaio e l’Italia dichiarò lo stato d’emergenza nazionale il giorno successivo, il 31 gennaio.

Conte ha sottolineato che l’Italia fu tra i primi Paesi al mondo a intervenire in questo modo, prima di Francia, Germania, Regno Unito e Spagna. 

Vaccini: «All’inizio scegliemmo la libertà»

Altro fronte dello scontro è stato quello vaccinale.

Conte ha sostenuto che il proprio governo, nella fase iniziale della campagna, scelse di non introdurre l’obbligo generale, confidando nella partecipazione volontaria dei cittadini.

Ha poi distinto quella scelta dalle misure adottate successivamente dal governo Draghi, come Green Pass e obbligo per gli over 50.

La maggioranza gli ha però ricordato dichiarazioni del 2021 in cui Conte si era espresso a favore dell’estensione del Green Pass e aveva aperto alla possibilità dell’obbligatorietà in determinati contesti. 

Conte ha risposto riconoscendo di avere sostenuto il Green Pass, definendolo una misura compatibile con la libertà individuale, ma ha ribadito di avere cercato di convincere Roberto Speranza e Mario Draghi a non introdurre l’obbligo vaccinale per gli over 50. 

«Dalla Russia con amore»

Molto acceso anche il passaggio sulla missione russa arrivata in Italia nel marzo 2020.

Conte ha negato che l’operazione fosse stata costruita sulla base di un rapporto personale con Vladimir Putin e ha sostenuto che l’iniziativa nacque all’interno della cooperazione tra strutture di protezione civile.

Secondo la sua ricostruzione, il contingente russo operò sempre sotto controllo italiano e con attività circoscritte alla sanificazione e all’assistenza sanitaria.

Ha inoltre ricordato che la vicenda era già stata analizzata dal Copasir. 

Conte ha elencato anche parte del materiale ricevuto: ventilatori polmonari, mascherine, tute protettive, tamponi e apparecchiature per la sanificazione. 

Sulle ipotesi di spionaggio, l’ex premier ha affermato che il personale russo fu sempre accompagnato da militari e strutture italiane e non ebbe libertà di movimento autonoma. 

Perché fu scelto Arcuri

Conte ha ricostruito anche la scelta di Domenico Arcuri come commissario straordinario.

Ha spiegato che, nelle prime settimane, la Protezione Civile e Consip si erano trovate in grave difficoltà nel reperire dispositivi sul mercato internazionale.

Secondo Conte, Consip non era strutturata per una corsa globale in cui mascherine e ventilatori venivano acquistati in poche ore.

Da qui la decisione di affidarsi a un commissario dedicato e di puntare anche sulla produzione nazionale.

Arcuri, allora alla guida di Invitalia, sarebbe stato scelto proprio per la conoscenza del sistema industriale italiano, non per rapporti personali con Conte. 

Una Commissione ancora divisa

L’audizione si è chiusa tra nuove polemiche sul metodo dei lavori.

Fratelli d’Italia ha accusato Conte di aver fornito risposte troppo lunghe o non sempre pertinenti e ha chiesto che il prossimo incontro venga organizzato con modalità più serrate.

Le opposizioni hanno contestato questa lettura, sostenendo che il tempo a disposizione fosse stato consumato anche da interventi molto lunghi dei commissari.

Alla fine è stata confermata una nuova seduta per il 14 settembre, nella quale Conte ha assicurato che risponderà a tutte le domande rimaste aperte. 

L’audizione del 6 agosto non ha quindi chiuso il confronto sulla gestione italiana della pandemia.

Ha semmai mostrato quanto, a sei anni di distanza, il Covid resti ancora un terreno di scontro politico, istituzionale e giudiziario.

E quanto sia difficile separare la ricerca delle responsabilità dalla battaglia politica che continua a circondarla.

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