Robert Smith e il fratello Ken furono allontanati dai genitori quando erano bambini. Dopo decenni di ricerche, un gruppo social australiano ha permesso loro di scoprire fratelli, sorelle e finalmente il volto della madre
Fonte: ABC News
Per oltre sessant’anni Robert Smith ha cercato di capire da dove venisse, chi fosse sua madre e perché lui e il fratello Ken fossero stati separati dalla famiglia quando erano ancora piccolissimi.
La risposta è arrivata quasi per caso, attraverso Facebook.
All’inizio degli anni Sessanta Robert, che aveva appena due anni, e il fratello minore Ken furono allontanati dai genitori dai servizi sociali e successivamente adottati.
La loro nuova vita, però, non fu semplice.
Robert racconta un’infanzia difficile, nella quale lui e Ken venivano continuamente ricordati di non essere figli biologici della famiglia che li aveva accolti.
«Ci ricordavano sempre che non eravamo sangue del loro sangue», ha raccontato ad ABC News.
Una storia familiare raccontata soltanto a metà
Quando avevano circa 11 o 12 anni, i due fratelli iniziarono a ricevere qualche frammento di informazione sulle proprie origini.
Robert venne informato che il padre era stato un criminale e che la madre aveva problemi con l’alcol. Ma, secondo il suo racconto, nessuno gli parlò mai positivamente dei genitori biologici.
Fu soltanto intorno al 1990, quando le norme sull’accesso alle informazioni relative alle adozioni cambiarono, che Robert riuscì finalmente a ottenere il proprio certificato di nascita completo.
Scoprì così il nome da nubile della madre: Rita May Spackman, originaria di Harden, nel New South Wales.
Da quel momento cominciò la ricerca.
L’elenco telefonico e la prima traccia
All’epoca Robert lavorava per un’azienda che stampava gli elenchi telefonici per Telstra.
Utilizzò proprio quelle pagine per cercare persone con lo stesso cognome nella città d’origine della madre.
Riuscì così a rintracciare una prozia ormai ultranovantenne.
Per la prima volta qualcuno gli raccontò qualcosa di Rita.
Seppe che aveva tre sorelle, che era stata considerata la “pecora nera” della famiglia e che, a un certo punto, era scappata di casa senza fare ritorno.
Le informazioni la collocavano probabilmente in Queensland, ma la pista si interruppe nuovamente.
Poi arrivò il padre
Robert pubblicò anche un annuncio su un giornale di Sydney con i dati di nascita dei genitori.
Questa volta qualcuno rispose.
Era suo padre, William.
Durante la prima conversazione Robert scoprì anche che Ken era figlio dello stesso uomo, nonostante i documenti avessero precedentemente indicato diversamente. La parentela venne successivamente confermata attraverso un test del DNA.
Una parte delle storie che Robert aveva sentito durante l’infanzia sul padre risultò vera: William aveva trascorso diversi periodi in carcere e, secondo quanto raccontato dal figlio, aveva avuto rapporti con ambienti criminali e motociclistici.
Ma nemmeno lui riuscì a fornire le risposte che Robert cercava sulla madre.
Rita era morta due anni prima
Qualche anno più tardi arrivò un’altra telefonata.
Una cugina comunicò a Robert che Rita era morta nel 1994 a Innisfail, nel Queensland, dove viveva con il cognome Russo.
Era arrivato troppo tardi.
Robert volò in Queensland cercando ulteriori informazioni, ma senza ottenere le risposte sperate.
Poi la vita prese il sopravvento: famiglia, figli, lavoro.
La ricerca rimase sospesa per quasi trent’anni.
Un ultimo tentativo grazie ai social
Con i figli ormai cresciuti e l’età che avanzava, Robert sentì però il bisogno di tentare ancora.
Voleva lasciare ai propri figli qualcosa che lui non aveva avuto: una storia familiare.
La svolta arrivò quando scoprì il gruppo Facebook Find My Family Australia, una comunità con oltre 50.000 membri dedicata alla ricerca di parenti e persone scomparse dalle storie familiari.
Robert pubblicò le poche informazioni che possedeva sulla madre.
Le risposte iniziarono rapidamente ad arrivare.
Poi, tra i commenti, una giovane donna scrisse una frase che avrebbe cambiato tutto:
«È mia nonna».
Poco dopo Robert ricevette un messaggio privato ancora più sorprendente:
«Pensiamo che voi siate i due zii che stiamo cercando».
Tre fratelli che non sapeva di avere
Nel giro di poche ore, Robert vide per la prima volta una fotografia della tomba della madre e scoprì di avere tre fratelli e sorelle ancora in vita.
Quella stessa sera parlò con una sorella e una nipote in Queensland e con altri familiari a Sydney.
Scoprì inoltre che Rita aveva avuto un figlio e una figlia più grandi, lasciati presso dei parenti, e altre due figlie cresciute con lei a Innisfail.
Ma soprattutto vide finalmente una fotografia di sua madre.
Un momento che attendeva da oltre sessant’anni.
A colpirlo fu anche la fortissima somiglianza tra Rita da giovane e sua figlia Lilli.
«Qualcuno ci stava cercando»
La scoperta più importante, però, non riguardava soltanto nomi e fotografie.
Robert aveva trascorso gran parte della vita pensando di essere stato dimenticato.
Scoprire che altri familiari stavano cercando lui e Ken cambiò completamente quella percezione.
«La cosa che mi ha colpito maggiormente è stata sapere che qualcuno ci stava cercando. Sapevano della nostra esistenza. Non eravamo stati semplicemente scartati», ha raccontato ad ABC News.
Nell’ottobre dello scorso anno ha incontrato finalmente una delle sorelle maggiori e sua figlia.
Per Robert, riconoscerle fu immediato.
Il potere della ricerca collettiva
Dietro molte di queste riunificazioni c’è il lavoro volontario di persone come Cass Turner, che dedica decine di ore alla settimana ad aiutare sconosciuti a ricostruire alberi genealogici, incrociare documenti e rintracciare familiari.
Turner sottolinea come internet abbia rivoluzionato questo tipo di ricerca: informazioni che una volta richiedevano lettere, telefonate, biblioteche e mesi di attesa possono oggi essere incrociate in poche ore.
Ma avverte anche che ritrovare una famiglia non significa necessariamente trovare soltanto felicità.
Possono emergere dolore, rifiuti, segreti, conflitti e identità completamente diverse da quelle immaginate.
Per Robert, però, questa volta il risultato è stato liberatorio.
Dopo una vita trascorsa a chiedersi dove fosse il proprio posto, ha finalmente trovato una risposta.
«Ora so dove appartengo, so dove appartengono i miei figli», ha spiegato.
E poi una frase che racchiude sessantasette anni di attesa:
«Credo che tutti abbiano diritto a un periodo di felicità nella propria vita. Io ho dovuto aspettare 67 anni. Adesso l’ultima parte della mia vita sarà quella felice».
