Siria, condanna a morte per Bashar al-Assad: «Crimini contro l’umanità»

Il tribunale siriano della nuova fase post-Assad condanna in contumacia l’ex presidente per omicidi, torture e arresti arbitrari. Pena capitale anche per il fratello Maher e altri esponenti del vecchio regime. Ma Bashar vive in Russia e l’estradizione appare tutt’altro che semplice

Bashar al-Assad è stato condannato in contumacia alla pena capitale da un tribunale siriano con accuse che comprendono omicidio premeditato, tortura, arresti arbitrari e crimini contro l’umanità.

L’ex presidente, al potere dal 2000 fino alla caduta del regime nel 2024, si trova oggi in Russia insieme alla famiglia, dopo che Mosca gli aveva concesso asilo.

Il verdetto è stato letto in diretta dalla televisione di Stato della Siria guidata da Ahmed al-Sharaa, l’ex leader di Hayat Tahrir al-Sham che, dopo la rapida offensiva del 2024, è diventato il principale protagonista della nuova fase politica del Paese.

Condannato anche il cugino Atef Najib

La stessa pena è stata inflitta ad Atef Najib, cugino di Assad e figura centrale nella repressione delle prime proteste scoppiate a Daraa nel 2011.

Najib, 66 anni, era allora responsabile della sicurezza nella città considerata la culla della rivolta contro il regime.

A differenza di Bashar al-Assad, Najib si trova in Siria ed è detenuto dal gennaio 2025.

Secondo l’agenzia ufficiale siriana Sana, è stato condannato per crimini contro l’umanità. Le accuse riguardano il ruolo avuto nella repressione che accompagnò l’inizio delle proteste antigovernative e che successivamente precipitò il Paese in oltre tredici anni di guerra civile.

Pena capitale anche per Maher al-Assad

Tra i condannati in contumacia figura anche Maher al-Assad, fratello minore dell’ex presidente e già comandante della Quarta divisione d’élite dell’Esercito siriano.

Secondo quanto riportato, anche Maher si troverebbe oggi in Russia.

La pena capitale è stata inflitta inoltre all’ex ministro della Difesa Fahd Jassem al-Freij, a Louay Ali al-Ali, già responsabile dell’intelligence militare a Daraa, e ad altri esponenti del precedente apparato di potere.

Le accuse comprendono omicidio premeditato e torture.

Le prime condanne della Siria della transizione

Si tratta delle prime condanne di questo livello emesse dalla Siria della cosiddetta “transizione”.

Il nuovo governo di al-Sharaa ha fatto della promessa di giustizia nei confronti dei crimini commessi durante la guerra uno degli elementi centrali della propria legittimazione politica.

Ma la questione resta delicata.

Hayat Tahrir al-Sham deriva da organizzazioni legate in passato ad al-Qaeda, anche se al-Sharaa sostiene da anni di aver rotto con l’estremismo e di voler costruire una nuova fase istituzionale per la Siria.

Proprio per questo, i processi contro gli uomini del vecchio regime saranno osservati attentamente anche dall’estero: non soltanto per le responsabilità contestate agli imputati, ma per verificare quali garanzie giudiziarie accompagneranno la nuova giustizia siriana.

Assad vive a Mosca

Il problema più evidente riguarda l’esecuzione della sentenza.

Bashar al-Assad vive in Russia e, al momento, non è chiaro in che modo Damasco possa ottenere la sua estradizione.

Secondo ricostruzioni apparse sulla stampa internazionale, l’ex presidente condurrebbe una vita appartata tra Mosca e gli Emirati Arabi Uniti, insieme alla famiglia.

La sua presenza in Russia rende il verdetto soprattutto politico e simbolico, almeno finché Mosca non dovesse modificare la propria posizione.

Il paradosso dei rapporti con la Russia

La situazione è resa ancora più complessa dal fatto che la nuova Siria sta contemporaneamente cercando di mantenere rapporti con il Cremlino.

Proprio nei giorni scorsi il ministero degli Esteri siriano ha annunciato un accordo con Mosca per trasformare le basi russe di Hmeimim e Tartus in centri congiunti di addestramento.

Damasco ha definito l’intesa un passo verso una nuova fase delle relazioni con la Russia.

Da una parte, quindi, la nuova leadership siriana condanna a morte l’uomo che Mosca ha protetto.

Dall’altra, continua a negoziare con lo stesso governo russo su sicurezza, presenza militare e cooperazione.

Giustizia o resa dei conti?

La condanna di Assad rappresenta un passaggio storico per un Paese segnato da più di un decennio di guerra, repressione, torture, sparizioni e distruzioni.

Ma la vera prova per la nuova Siria sarà dimostrare che questi processi non diventino semplicemente una resa dei conti dei vincitori.

Perché la fine di un regime non coincide automaticamente con la nascita dello Stato di diritto.

Il verdetto contro Bashar al-Assad ha un enorme valore simbolico.

Resta ora da capire se avrà mai conseguenze concrete e, soprattutto, se la nuova Siria saprà costruire quella giustizia che per anni milioni di siriani hanno atteso.