Negli Stati Uniti il colosso bancario punta oltre 1 miliardo di dollari australiani sull’housing entro il 2035. In Australia cresce la richiesta di un patto nazionale tra banche, governi, super funds e industria per aumentare davvero l’offerta di abitazioni
La crisi abitativa australiana non si risolve soltanto aiutando più persone a comprare casa. Bisogna soprattutto costruirne di più.
È questo il punto centrale dell’analisi firmata dal ricercatore della Western Sydney University Ehsan Noroozinejad, che invita le grandi banche australiane a guardare con attenzione a quanto sta facendo JPMorganChase negli Stati Uniti.
Il gruppo americano ha annunciato un piano che prevede oltre 1,06 miliardi di dollari australiani destinati all’housing entro il 2035, con l’obiettivo di contribuire al finanziamento di un milione di case accessibili e aiutare 500.000 persone ad acquistare un’abitazione, tra cui 200.000 first-home buyers.
Non beneficenza, ma capitale commerciale: prestiti, equity, mutui e investimenti indirizzati verso un obiettivo preciso.
Il problema australiano è l’offerta
L’Australia punta a costruire 1,2 milioni di nuove abitazioni entro giugno 2029, ma il ritmo attuale resta insufficiente.
Nel trimestre di marzo 2026 sono state completate 43.816 abitazioni, ben al di sotto delle circa 60.000 che servirebbero ogni trimestre per restare in linea con il target nazionale.
Il dibattito politico si concentra spesso su pianificazione urbanistica, immigrazione, tasse, tassi di interesse e incentivi pubblici.
Ma anche un progetto già approvato non diventa una casa senza finanziamenti.
Ed è proprio qui che, secondo Noroozinejad, il sistema bancario australiano mostra uno dei suoi limiti.
Il nodo delle case prefabbricate
Le banche sono tradizionalmente molto più a loro agio nel prestare denaro contro una casa già costruita su un terreno con titolo definito.
Molto più difficile diventa finanziare un’abitazione modulare, prefabbricata o realizzata attraverso tecnologie come la stampa 3D.
Il problema è soprattutto temporale.
I costruttori tradizionali ricevono finanziamenti man mano che il lavoro procede sul sito. Nella costruzione prefabbricata, invece, gran parte del valore viene creato in fabbrica prima che l’edificio venga trasportato e fissato sul terreno.
I produttori devono quindi acquistare materiali, pagare personale e sostenere i costi delle linee produttive prima che la banca possa considerare quell’abitazione una garanzia immobiliare tradizionale.
È un gap finanziario che può bloccare un progetto anche quando tecnologia, autorizzazioni e domanda sono già presenti.
CBA apre la strada
Qualche segnale di cambiamento esiste.
Commonwealth Bank è diventata la prima grande banca a entrare in prefabAUS e ha modificato le proprie politiche per consentire, in determinate condizioni, pagamenti progressivi fino all’80% del valore del contratto prima che la casa venga fisicamente installata sul terreno.
CBA sta inoltre sostenendo una fabbrica modulare in Queensland che dovrebbe aumentare la produzione da circa 200 a 550 abitazioni l’anno.
Anche NAB ha annunciato un’ambizione da 60 miliardi di dollari entro il 2030 sull’housing affordability.
Metà dovrebbe essere destinata all’offerta residenziale e agli alloggi specialistici, l’altra metà ai first-home buyers attraverso il programma governativo con deposito al 5%.
Secondo NAB, il piano potrebbe contribuire al finanziamento di circa 50.000 nuove abitazioni.
ANZ ha invece fissato un obiettivo di 10 miliardi di dollari per case più accessibili, inclusive e sostenibili entro il 2030, mentre Westpac offre già strumenti di social e sustainable finance.
Ma manca ancora un vero “Australian Dream Initiative”
Queste iniziative, prese singolarmente, rappresentano passi importanti.
Ma secondo Noroozinejad non costituiscono ancora un vero progetto nazionale coordinato.
La proposta è quella di creare un patto tra CBA, NAB, ANZ e Westpac, insieme a Housing Australia, governi, assicuratori, superannuation funds e industria delle costruzioni.
L’obiettivo dovrebbe essere semplice e misurabile: non quanti miliardi vengono annunciati, ma quante nuove case vengono effettivamente completate.
Finanziamenti dedicati per prefab e modular housing
Un secondo pilastro dovrebbe riguardare prodotti finanziari specifici per costruzioni modulari e prefabbricate.
Questo significherebbe introdurre pagamenti a stadi certificati per il lavoro svolto in fabbrica, contratti standardizzati, produttori riconosciuti, garanzie trasferibili e procedure chiare nel caso di fallimento del costruttore.
Le regole bancarie, in sostanza, dovrebbero adattarsi alle nuove tecniche costruttive, non costringere l’innovazione dentro schemi pensati per un altro secolo.
Finanziare anche le fabbriche
Il terzo punto è forse il più importante.
Le banche non dovrebbero finanziare soltanto il compratore finale, ma anche le infrastrutture produttive necessarie a costruire più velocemente.
Servono capitali per linee robotizzate, sistemi di stampa 3D, macchinari, formazione del personale e working capital.
Una fabbrica non può passare da 200 a 2.000 abitazioni l’anno senza investimenti significativi.
Il ruolo dei governi
Anche il settore pubblico avrebbe un compito preciso: aiutare a distribuire meglio il rischio.
Garanzie sui prestiti, strumenti di shared equity e pipeline di progetti aggregati potrebbero rendere più appetibili per le banche investimenti oggi considerati troppo incerti.
La proposta non è quindi quella di spingere il sistema verso prestiti rischiosi.
È piuttosto quella di allocare meglio il rischio, permettendo a nuove tecnologie costruttive di competere su costi, tempi, qualità e prestazioni.
Il sogno australiano si costruisce
Non tutte le abitazioni dovranno essere modulari.
Non tutte dovranno essere stampate in 3D.
Ma se l’Australia vuole davvero affrontare la crisi abitativa, deve smettere di ragionare soltanto sul lato della domanda.
Agevolare l’acquisto senza aumentare l’offerta significa semplicemente mettere più compratori in competizione per lo stesso numero di case.
Il modello JPMorgan non può essere copiato meccanicamente.
L’economia australiana è più piccola e il sistema immobiliare è diverso.
Ma il principio può essere importato: allineare finanza, industria, governo e innovazione dietro un obiettivo nazionale misurabile.
Perché il sogno australiano non verrà salvato da un altro slogan o da un altro bonus per chi compra.
Verrà salvato se il Paese riuscirà a costruire più case, più velocemente e a prezzi che le famiglie possano permettersi.
