di Giovanni Testa
A più di 48 ore dal devastante sisma che ha colpito l’ovest del Paese, i soccorritori continuano a scavare tra le macerie. Ospedali al limite, scuole trasformate in rifugi e migliaia di persone ancora senza una sistemazione
La speranza non è ancora finita, ma il tempo corre.
A più di 48 ore dal devastante terremoto che ha colpito la Colombia occidentale, le squadre di soccorso continuano a scavare tra le macerie alla ricerca di persone ancora vive.
Il bilancio ha ormai superato le 250 vittime, mentre resta incerto il numero dei dispersi.
Il governo colombiano ha parlato di circa 200 persone ancora mancanti all’appello, ma una banca dati gestita da civili ne indica più di 4.000.
Una differenza enorme che fotografa il caos delle prime ore e la difficoltà di ricostruire con precisione la situazione nelle città più duramente colpite.
Cali: «Le prossime 20 ore saranno decisive»
A Cali, terza città più grande della Colombia, il sindaco Alejandro Eder ha spiegato che i soccorritori continuano a rilevare segnali di persone ancora vive sotto le macerie.
«Le prossime 20 ore sono le più critiche per trovare e salvare persone vive. Ogni minuto è vitale», ha dichiarato.
La città , che conta circa due milioni di abitanti, presenta numerosi edifici distrutti o gravemente danneggiati.
Gruppi di cittadini si sono organizzati formando vere e proprie catene umane per spostare blocchi di cemento e detriti.
Secondo Camilo Cano, funzionario dei vigili del fuoco di Bogotá impegnato nelle operazioni a Cali, le squadre continuano a lavorare con la speranza di trovare superstiti anche nei prossimi giorni.
«Continueremo a sperare almeno fino a quattro giorni dopo il terremoto», ha spiegato.
Ospedali sovraccarichi
Uno dei problemi più gravi riguarda il sistema sanitario.
Gli ospedali di Cali sono sovraccarichi e la principale struttura pubblica della città ha riportato danni significativi.
Abraham Gutierrez aveva ricoverato la madre, affetta da problemi di mobilità legati a un tumore, il giorno prima del sisma.
Dopo il terremoto ha trascorso ore senza sapere se fosse ancora viva.
Ora la madre è stata evacuata, ma viene assistita in un corridoio.
«Non ci sono praticamente più posti disponibili nei pronto soccorso», ha raccontato.
La situazione sta costringendo le autorità a creare strutture sanitarie temporanee. Una scuola di Cali è stata trasformata in una clinica d’emergenza per curare i feriti.
Pereira tra le città più colpite
La devastazione è particolarmente grave anche a Pereira, nel cuore della regione colombiana del caffè.
Qui interi edifici sono crollati.
Juliana Maya si trovava all’interno della sua panetteria, Las Delicias de Mauro, insieme a più di una dozzina di colleghi quando la terra ha cominciato a tremare.
«Ha iniziato a muoversi tutto avanti e indietro. Siamo usciti immediatamente e tutto intorno alla panetteria ha cominciato a crollare», ha raccontato.
Poco dopo è crollato anche il locale.
Nello stesso edificio si trovava anche la casa della famiglia.
Ora Maya deve occuparsi della suocera anziana e del suocero ricoverato in ospedale.
«Non hanno più assolutamente nulla e non abbiamo un posto dove portarli».
«Non immagini mai che possa succedere a te»
Walter Arroyave si trovava invece nel suo appartamento a Pereira quando è arrivata la scossa.
La moglie e la figlia erano già uscite, rispettivamente per andare al lavoro e a scuola.
Dopo essersi inizialmente riparato vicino alla porta, Arroyave ha deciso di abbandonare l’edificio.
Quando ha cercato di contattare la moglie, però, non ha ricevuto risposta.
Le strade erano completamente congestionate da automobili e motociclette, mentre i blackout avevano messo fuori uso i semafori.
Ha dovuto attendere circa due ore e mezza prima di sapere che la moglie era al sicuro e aveva raggiunto la scuola della figlia.
«Vedi le notizie sui terremoti, ma non immagini mai che possa succedere a te, alla tua famiglia o alle persone che conosci», ha raccontato.
Circa 1.600 edifici danneggiati o distrutti
Secondo i primi dati disponibili, circa 1.600 edifici risultano danneggiati o completamente crollati.
Oltre a Cali e Pereira, il terremoto ha colpito anche Quibdó, Manizales e Armenia, danneggiando strade e infrastrutture e provocando problemi alle telecomunicazioni.
Le scuole e le strutture sportive sono state trasformate in rifugi temporanei per le migliaia di persone rimaste senza casa.
Particolare preoccupazione riguarda la regione del Chocó, già interessata da tensioni e conflitti tra gruppi armati e ora alle prese anche con l’emergenza umanitaria provocata dal sisma.
Tre giorni di lutto nazionale
Il governo colombiano ha proclamato tre giorni di lutto nazionale.
La tragedia rappresenta anche una delle prime grandi prove per il nuovo governo del presidente Abelardo de la Espriella, entrato in carica pochi giorni prima del terremoto.
La priorità resta la ricerca dei dispersi e l’assistenza agli sfollati.
Migliaia di famiglie non sanno ancora se potranno tornare nelle proprie case e molte delle strutture rimaste in piedi devono essere sottoposte a verifiche prima di poter essere considerate sicure.
Gli aiuti internazionali
Nel frattempo stanno arrivando aiuti da diversi Paesi.
Gli Stati Uniti hanno annunciato 15,5 milioni di dollari americani, circa 21,9 milioni di dollari australiani, oltre all’invio di esperti umanitari del Dipartimento di Stato.
Anche Messico, Brasile ed Ecuador hanno offerto assistenza.
Il presidente di El Salvador, Nayib Bukele, ha annunciato l’invio di 100 tonnellate di aiuti attraverso due aerei cargo.
Secondo Bukele, il governo colombiano avrebbe chiesto in questa fase esclusivamente forniture e materiali, ritenendo sufficienti le proprie squadre di soccorso, il personale sanitario e le unità di emergenza già mobilitate sul territorio.
La speranza sotto le macerie
A più di due giorni dal terremoto, il rumore delle ruspe continua ad alternarsi al silenzio imposto durante le ricerche.
Ogni segnale proveniente da sotto le macerie può significare una vita.
Ma con il passare delle ore le operazioni diventano sempre più difficili.
La Colombia sta entrando nella fase più delicata dell’emergenza: salvare chi è ancora intrappolato, curare migliaia di feriti, dare un tetto agli sfollati e iniziare a comprendere le dimensioni reali della distruzione.
Per ora, però, la priorità resta una sola.
Continuare a scavare. Finché esiste anche una minima possibilità di trovare qualcuno ancora vivo.
