di Emanuele Esposito
C’è una particolare inclinazione del giornalismo italiano che periodicamente torna a manifestarsi: quando la notizia riguarda un giornalista, improvvisamente diventa più importante delle altre. Se poi il giornalista è conosciuto, conduce una trasmissione televisiva, divide la politica e possiede una nutrita schiera di estimatori e detrattori, il risultato è quasi inevitabile. Per giorni non si parla d’altro.
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Non è in discussione il valore professionale del giornalista, né quello di Report. Sarebbe sciocco negare che la trasmissione abbia prodotto negli anni inchieste importanti, sollevato questioni di interesse pubblico e acceso i riflettori dove altri avevano preferito tenerli spenti. È esattamente ciò che dovrebbe fare il giornalismo d’inchiesta.
Il punto è proprio questo: dovrebbe farlo.
Non occorre trasformare chi svolge bene il proprio mestiere in un eroe nazionale per riconoscergliene i meriti.
Sulla vicenda che oggi riguarda Ranucci non intendo invece formulare giudizi. Non conosco gli atti nella loro completezza e, soprattutto, non sono un magistrato. Non so se sia vittima di qualcosa, se qualcuno abbia commesso illeciti ai suoi danni o se dagli accertamenti emergeranno elementi di altra natura. Chi sostiene di conoscere già la verità, in un senso o nell’altro, probabilmente conosce più le proprie convinzioni che i fatti.
Aspettiamo.
È una parola semplice, quasi rivoluzionaria nel giornalismo contemporaneo.
Aspettiamo che gli accertamenti facciano il loro corso e che chi è chiamato istituzionalmente a verificare fatti e responsabilità svolga il proprio lavoro. Nel frattempo sarebbe auspicabile evitare sia il tribunale mediatico sia il processo di beatificazione.
Perché è quest’ultimo aspetto a lasciare perplessi.
Una parte dell’informazione sembra avere già trasformato la vicenda personale e professionale di Ranucci in una battaglia generale per la libertà di stampa. Ogni decisione diventa censura, ogni cautela un’intimidazione, ogni critica un attacco al giornalismo libero.
È un riflesso corporativo che conosciamo bene.
Quando i giornalisti raccontano le disgrazie degli altri chiedono prudenza, equilibrio e rispetto dei fatti. Quando la disgrazia, o anche soltanto una controversia, entra in redazione, la misura tende curiosamente a scomparire.
E qui sarebbe bene lasciare in pace Enzo Tortora.
Il paragone è stato evocato con troppa facilità e, a mio avviso, non regge.
Tortora fu arrestato il 17 giugno 1983 e mostrato all’Italia come un delinquente. Fu accusato da collaboratori di giustizia le cui dichiarazioni si sarebbero rivelate inattendibili, condannato in primo grado e infine assolto definitivamente.
Ma prima ancora che la giustizia correggesse il proprio errore, una parte della stampa aveva già emesso la sentenza.
Lo aveva fatto sui giornali.
Con i titoli.
Con le fotografie.
Con le insinuazioni.
Con quella sicurezza tipica di chi dispone di una macchina da scrivere e, proprio per questo, pensa talvolta di possedere anche la verità.
Tortora li chiamò “vigliacchi della macchina da scrivere”. Non era una figura retorica. Era il giudizio di un uomo che aveva conosciuto sulla propria pelle cosa può accadere quando informazione, giustizialismo e spettacolo smettono di essere distinguibili.
Ranucci non è Tortora.
Non perché meriti minore rispetto, ma perché sono diverse le circostanze, i fatti e soprattutto la storia. Utilizzare Tortora come unità di misura per qualunque controversia che coinvolga un personaggio televisivo significa finire per banalizzare proprio una delle più gravi pagine giudiziarie e giornalistiche della Repubblica.
Anche sulla Rai converrebbe abbassare di qualche tono la discussione.
Il servizio pubblico ha obblighi particolari e proprio per questo deve tutelare contemporaneamente l’interesse pubblico, l’azienda e i suoi dipendenti, giornalisti compresi. Una decisione prudenziale, quando esistono circostanze ancora da chiarire, non equivale automaticamente a una dichiarazione di colpevolezza.
Si può ritenere una scelta opportuna oppure sbagliata. Si può criticarla duramente. È legittimo domandarsi se dietro una decisione editoriale esistano pressioni politiche e, quando vi sono elementi concreti, è dovere del giornalismo verificarlo.
Ma non tutto è censura.
Non tutto è regime.
Non ogni contrasto con la Rai è automaticamente un nuovo editto bulgaro.
E soprattutto Ranucci non è un giovane cronista precario al quale qualcuno sta togliendo l’unica possibilità di lavorare. È uno dei giornalisti televisivi più conosciuti d’Italia. Possiede esperienza, pubblico e una riconoscibilità professionale costruita in molti anni di lavoro. Qualora un giorno il suo rapporto con la Rai dovesse interrompersi, è ragionevole immaginare che il mercato editoriale sappia offrirgli altre possibilità.
È successo prima di lui e succederà dopo di lui.
Il problema, dunque, non è Ranucci. È ciò che il caso Ranucci racconta dell’informazione italiana.
Mentre intere regioni del mondo sono devastate dalle guerre, mentre civili e bambini continuano a morire, mentre esistono crisi umanitarie che abbiamo praticamente espulso dalle prime pagine, noi riusciamo a dedicare giorni di aperture, commenti e dibattiti alla vicenda di un giornalista televisivo.
Non significa che non se ne debba parlare. Significa domandarsi quanto.
La scelta delle notizie non è mai neutrale. La prima pagina di un quotidiano è una gerarchia. Un direttore che mette una storia sopra un’altra sta dicendo ai propri lettori quale ritiene più importante. Un telegiornale che apre con un servizio e relega una guerra al quindicesimo minuto compie la medesima scelta.
È il mestiere.
Ed è proprio per questo che sorprende vedere quanto il giornalismo italiano diventi generoso con lo spazio quando deve raccontare sé stesso.
Giornalisti che intervistano giornalisti sui problemi dei giornalisti, editorialisti che commentano altri editorialisti, programmi televisivi che discutono delle polemiche nate in altri programmi televisivi. Una conversazione sempre più autoreferenziale nella quale, a un certo punto, il lettore rischia di diventare un semplice spettatore di questioni che interessano soprattutto chi le racconta.
Fuori dalle redazioni, nel frattempo, c’è la realtà.
E la realtà è generalmente più brutale.
Ci sono cronisti che lavorano in Paesi nei quali un’inchiesta non comporta una polemica televisiva ma il carcere. Giornalisti che vengono minacciati, rapiti o assassinati. Ci sono uomini, donne e bambini senza notorietà, senza avvocati intervistati in televisione, senza editoriali solidali, che attraversano guerre e persecuzioni delle quali ci ricordiamo soltanto quando arriva un’immagine sufficientemente terribile da conquistare per qualche ora una homepage.
Poi torniamo alle nostre polemiche.
Ranucci ha diritto a tutte le garanzie che spettano a qualsiasi cittadino e a tutta la libertà necessaria per continuare a esercitare il proprio mestiere. Se qualcuno ha commesso reati contro di lui, ne risponderà. Se emergeranno altre responsabilità, saranno valutate. Non tocca ai giornali anticipare né l’una né l’altra conclusione.
A noi dovrebbe spettare qualcosa di più semplice e, forse, ormai più difficile: raccontare ciò che sappiamo, distinguendolo da ciò che immaginiamo.
Senza colpevoli precostituiti.
Ma anche senza santi.
Perché la libertà di stampa è una cosa troppo seria per essere invocata ogni volta che un giornalista famoso finisce al centro di una controversia.
E soprattutto perché, mentre discutiamo ancora di noi stessi, fuori dalla finestra continua ad accadere il mondo.
