L’immigrazione è tornata al centro della politica australiana. Un nuovo sondaggio News24.com.au/YouGov Pulse indica che il 66% degli elettori vorrebbe una riduzione degli ingressi, mentre i dati del Department of Home Affairs mostrano che il tasso di rifiuto degli student visa è salito al 24,2%, il livello più alto dell’ultimo decennio. Sono due fenomeni distinti, ma politicamente convergenti: il governo sta restringendo alcuni canali migratori proprio mentre cresce la pressione dell’opinione pubblica per ridurre la net overseas migration. La questione, però, è capire dove intervenire senza danneggiare università, imprese e candidati genuini.
L’Australia sta entrando in una fase nuova del dibattito sull’immigrazione.
Non è più soltanto una questione di numeri. È diventata una competizione politica tra Labor, Coalition e One Nation, mentre il governo intensifica i controlli sugli student visa e una parte crescente dell’elettorato chiede una riduzione degli arrivi.
L’ultimo sondaggio News24.com.au/YouGov Pulse indica che il 66% degli australiani vuole una diminuzione dell’immigrazione, contro il 62% rilevato a maggio e il 64% di gennaio.
Il 42% chiede una riduzione consistente, un altro 24% una diminuzione più moderata. Soltanto il 7% vorrebbe aumentare i livelli migratori, mentre il 27% preferirebbe mantenerli sostanzialmente invariati.
È un sondaggio, non un referendum. Ma la tendenza politica è difficile da ignorare.
La richiesta di tagli attraversa gli schieramenti
Come prevedibile, la domanda di una riduzione è particolarmente forte tra gli elettori conservatori.
Secondo il sondaggio, la sostiene il 97% degli elettori di One Nation e l’84% di quelli della Coalition.
Il dato più significativo, però, è che l’orientamento verso una riduzione non si ferma a destra.
Anche il 55% degli elettori Labor vorrebbe livelli inferiori, mentre tra i Greens la quota sarebbe del 36%.
Questo rende più difficile per il governo trattare la questione come una semplice offensiva dell’opposizione.
La pressione arriva anche da una parte della propria base elettorale.
Labor punta a 225 mila di net overseas migration
Il governo ha previsto una discesa della net overseas migration, la migrazione netta oltremare, verso circa 225.000 persone, dopo un dato annuale intorno alle 306.000 unità nel 2024-25.
Ma il ministro dell’Immigrazione Tony Burke non ha ancora illustrato in modo definitivo attraverso quali misure verrà raggiunto quel livello.
Ed è qui che il dibattito diventa più complesso.
La net overseas migration non coincide con il programma di migrazione permanente.
Comprende anche studenti internazionali, lavoratori temporanei, cittadini australiani che entrano o escono dal Paese e altre categorie.
Confondere questi numeri consente titoli semplici, ma produce una discussione politica poco precisa.
One Nation propone 130 mila, ma restano dubbi sul calcolo
One Nation ha indicato un obiettivo di 130.000 di net overseas migration, facendo della riduzione degli ingressi uno dei principali punti della propria agenda.
La cifra è però diventata oggetto di polemica dopo dichiarazioni discordanti all’interno del partito.
Un intervento del deputato David Farley aveva suggerito che ai 130.000 potessero aggiungersi altri 100.000 lavoratori, portando il totale effettivo oltre 230.000.
Farley ha poi riconosciuto l’errore.
Pauline Hanson ha ribadito che il target del partito resta 130.000 di NOM, sostenendo che i lavoratori del programma PALM debbano essere trattati separatamente.
La Coalition ha utilizzato queste contraddizioni per attaccare One Nation, ma non ha ancora definito in modo completo il proprio obiettivo.
Ha indicato comunque che il livello dovrebbe essere inferiore a 200.000 e collegato alla capacità dell’Australia di costruire nuove abitazioni e fornire infrastrutture e servizi.
Il vero nodo politico è la capacità del Paese
Questa è probabilmente la domanda centrale.
Quanta immigrazione può sostenere l’Australia senza aggravare la pressione su case, ospedali, scuole, trasporti e costo della vita?
Una parte crescente dell’elettorato sembra ritenere che il ritmo degli ultimi anni abbia superato la capacità delle infrastrutture di adeguarsi.
Ma ridurre la migrazione non significa semplicemente chiudere un rubinetto.
L’economia australiana dipende da lavoratori stranieri in sanità, costruzioni, hospitality, agricoltura, tecnologia e numerosi altri settori.
Le università dipendono fortemente dagli studenti internazionali.
La questione non è quindi soltanto quanti ingressi ridurre, ma quali.
Gli student visa sono già sotto stretta
Ed è qui che entra il secondo dato.
Il tasso di rifiuto degli student visa ha raggiunto il 24,2% nel giugno 2026, contro il 7,9% del giugno 2016.
In dieci anni è quindi più che triplicato.
Per alcune nazionalità la stretta è ancora più evidente: nel 2025-26 è stato respinto oltre il 51% delle domande provenienti dal Nepal e più del 40% di quelle dall’India.
Per la Cina il tasso si è fermato al 5,8%.
Il governo sostiene che l’aumento rifletta controlli più severi destinati a rafforzare l’integrità del sistema.
Il Genuine Student test diventa il filtro principale
Il criterio centrale è il Genuine Student requirement.
Un candidato deve convincere Home Affairs che il proprio obiettivo principale sia realmente studiare in Australia e che il percorso scelto abbia una logica rispetto alla formazione precedente e alle prospettive professionali.
È un principio ragionevole.
Negli anni si sono verificati casi di course-hopping, provider di scarsa qualità e studenti che utilizzavano alcuni percorsi soprattutto per prolungare la permanenza nel Paese.
Il governo ha già iniziato a chiudere corsi ritenuti problematici.
Il problema nasce quando la lotta agli abusi diventa così rigida da coinvolgere anche domande genuine.
Rifiuti in poche ore e motivazioni contestate
Diversi migration agents sostengono che questo stia già accadendo.
Il caso di Angelica Felincia, studentessa indonesiana che aveva presentato una dichiarazione di 27 pagine e ricevuto un rifiuto in un solo giorno, evidenzia il problema.
Il case officer non aveva ritenuto sufficientemente convincente la spiegazione sul perché la giovane dovesse studiare early childhood education in Australia invece che nel proprio Paese.
Altri operatori hanno denunciato lettere di rifiuto con formulazioni quasi identiche.
L’ABC ha esaminato alcune comunicazioni del dipartimento rilevando paragrafi molto simili tra differenti casi.
Questo non dimostra che le domande non siano state esaminate individualmente, ma alimenta il dubbio sulla trasparenza del processo.
Il rischio è trasformare gli studenti nel bersaglio più semplice
La professoressa Ly Tran, della Deakin University, ha individuato correttamente il problema: è necessario distinguere tra provider problematici, corsi problematici e studenti problematici.
Sono tre categorie differenti.
Bloccare un istituto che costruisce il proprio modello economico sull’abuso dei visti non equivale a respingere automaticamente un giovane che vuole realmente frequentare un’università australiana.
Gli studenti internazionali rappresentano una componente importante della migrazione temporanea e quindi diventano politicamente un obiettivo relativamente semplice.
Ma sono anche una delle principali fonti di entrate per il sistema universitario.
Le università iniziano a pagare il prezzo della stretta
Universities Australia sostiene che l’attuale gestione dei visti stia già producendo effetti negativi, soprattutto sugli atenei regionali.
Il problema è anche commerciale.
Le università investono anni per costruire una presenza nei mercati asiatici, convincere studenti e famiglie e sviluppare partnership.
Se l’Australia acquista una reputazione di Paese nel quale il visto può essere rifiutato rapidamente anche dopo una domanda articolata, una parte degli studenti sceglierà Canada, Regno Unito, Stati Uniti o altri concorrenti.
Recuperare quella reputazione potrebbe richiedere anni.
Ridurre la migrazione non significa ridurre tutto
È qui che il dibattito politico dovrebbe diventare più serio.
Se il 66% degli elettori vuole meno immigrazione, i governi devono tenerne conto.
Ma il dato non dice automaticamente quali categorie debbano essere ridotte.
Un infermiere, un ingegnere, uno studente universitario, un lavoratore stagionale e una persona che utilizza un corso di scarsa qualità per prolungare il proprio visto non hanno lo stesso impatto economico e sociale.
Trattarli come un unico numero significa rinunciare alla parte più importante della politica migratoria: selezionare.
Casa e infrastrutture restano il centro della pressione
La crescita della migrazione è diventata politicamente esplosiva soprattutto perché si sovrappone alla crisi immobiliare.
Quando gli affitti aumentano, trovare una casa diventa difficile e le infrastrutture non tengono il passo con la popolazione, è inevitabile che l’immigrazione venga associata alla pressione sui servizi.
Ma attribuire ogni problema alla migrazione sarebbe altrettanto semplicistico.
L’Australia ha costruito troppo poco in alcune aree, accumulato ritardi infrastrutturali e creato sistemi di pianificazione che spesso reagiscono alla crescita demografica con anni di ritardo.
Tagliare gli arrivi può ridurre la pressione nel breve periodo.
Non costruisce automaticamente le case mancanti.
La vera sfida è passare dai numeri alla qualità
Il sondaggio mostra che il messaggio politico è arrivato: gli australiani vogliono una migrazione più bassa.
I rifiuti record degli student visa dimostrano che il governo ha già iniziato a muoversi in quella direzione.
Ora però arriva la parte più difficile.
Una politica migratoria seria dovrebbe ridurre gli abusi senza trasformare l’Australia in una destinazione ostile per studenti e lavoratori di cui il Paese ha bisogno.
Dovrebbe collegare il numero degli ingressi alla capacità abitativa e infrastrutturale.
Dovrebbe separare con precisione migrazione temporanea, permanente e studenti.
E soprattutto dovrebbe smettere di utilizzare un unico numero come se spiegasse tutto.
Il 66% che chiede meno immigrazione è un segnale politico forte. Il 24,2% di student visa respinti è la prova che la stretta è già iniziata. Ma il successo della nuova politica non si misurerà soltanto da quante persone entreranno in meno. Si misurerà da quanto l’Australia sarà capace di distinguere tra migrazione utile, abuso del sistema e pressione reale sulla capacità del Paese.
