Singolare e plurale

Immaginate che dei candidati alle elezioni di un qualsiasi Comune italiano utilizzassero l’account social dell’amministrazione per pubblicizzare la raccolta firme della propria lista politica. Scoppierebbe lo scandalo. Si parlerebbe di abuso del ruolo, di utilizzo improprio dei canali istituzionali, di commistione tra amministrazione pubblica e interessi elettorali. Qualcuno invocherebbe regole, trasparenza e rispetto della par condicio.

Eppure, quando certe dinamiche si verificano in altri contesti, sembra che le regole diventino improvvisamente elastiche. Basta scegliere con attenzione le parole. Non si pubblicizza una lista, si informa la comunità. Non si invita a sostenere un determinato gruppo, si comunica che “le liste” possono raccogliere firme in diversi luoghi. Peccato che, quando in corsa ce n’è una soltanto, quel plurale suoni quantomeno curioso.

Perché diciamocelo chiaramente. Se esiste una sola lista che deve raccogliere le firme, a chi serve realmente quella comunicazione? E soprattutto, perché nascondere dietro una formula generica una realtà che tutti conoscono? L’account di un’istituzione appartiene alla comunità, non a chi temporaneamente ne occupa le stanze. Non è una bacheca personale, non è uno strumento di propaganda e non dovrebbe diventare il megafono di una parte politica.

Viene spontaneo chiedersi se questo stesso meccanismo non stia prendendo forma anche in casa Com.It.Es. Sydney, dove si presenta una sola lista per il prossimo rinnovo.

Sia chiaro. Stiamo ponendo una domanda: se un organismo rappresentativo degli italiani all’estero utilizza i propri canali per promuovere la raccolta firme, con quale criterio viene garantita la neutralità istituzionale? E se la competizione si riduce a una sola lista, perché parlare genericamente di “liste”?

La democrazia non ha bisogno di giochi di prestigio linguistici. Ha bisogno di trasparenza, regole uguali per tutti e istituzioni che non si trasformino in comitati elettorali. 

A nostro avviso, tra informare e favorire una parte, a volte, passa soltanto una parola, un plurale che alla fine proprio tanto plurale non è. Ma quella parola può dire molto più di quanto si vorrebbe far credere.