I COMITATI ELETTORALI CIRCOSCRIZIONALI PER LE ELEZIONE DEI COMITES 2026 ESAMINANO LE LISTE: MA CHI GARANTISCE LA TERZIETÀ DI CHI DECIDE?

di Pier Francesco Corso


Nelle elezioni COMITES 2026 i Comitati Elettorali Circoscrizionali avranno un compito decisivo: verificare liste, candidature e sottoscrizioni e decidere sulla loro ammissione. Ma la legge 286 del 2003 prevede che nel Comitato siedano anche rappresentanti designati dalle liste presentate e rappresentanti delle associazioni degli emigrati. Non significa che il sistema sia irregolare, né autorizza a sospettare comportamenti scorretti. Ma pone una domanda elementare sulla terzietà dell’organo che deve garantire la regolarità della competizione. E nelle grandi circoscrizioni il problema diventa ancora più delicato. Una normativa vecchia di oltre vent’anni merita finalmente di essere ripensata.

Da qui bisogna partire per capire una delle stranezze meno conosciute di questa tornata elettorale: chi controllerà le liste che si stanno presentando in questi giorni nei diversi Paesi del mondo?
La risposta è nei Comitati Elettorali Circoscrizionali. Sono loro che dovranno verificare la validità delle firme, delle candidature e delle liste e svolgere gli altri delicati adempimenti previsti dalla legge.
Fin qui nulla da eccepire. Un’elezione ha bisogno di un organismo che controlli il rispetto delle regole. Il problema arriva quando si guarda come questo organismo viene composto.
La legge 286 del 2003 stabilisce che il Comitato sia presieduto dal capo dell’ufficio consolare o da un suo rappresentante, ma prevede anche la presenza dei rappresentanti designati dai presentatori delle liste e dei rappresentanti delle associazioni degli emigrati.
Tradotto dal linguaggio delle norme: mentre le liste si contendono il diritto di partecipare alla gara, i loro rappresentanti possono entrare nell’organismo che dovrà verificare le condizioni di quella stessa gara.
Non sono i candidati, questo è importante e va detto con chiarezza. Ma sono rappresentanti delle liste. E proprio questa è la domanda che la legge del 2003 non sembra essersi posta abbastanza: è davvero il massimo della terzietà possibile?
Nelle circoscrizioni fino a centomila cittadini iscritti nell’elenco elettorale le associazioni possono avere fino a sei rappresentanti. Nelle circoscrizioni più grandi il numero può arrivare a dodici.
Attenzione: non significa che nelle circoscrizioni oltre centomila cittadini le associazioni abbiano automaticamente la maggioranza. Il numero complessivo dipende anche dalle liste presentate, perché ogni lista designa un proprio rappresentante.
Ma il problema resta.
Il Comitato deve infatti decidere a maggioranza dei suoi componenti. E in caso di parità prevale il voto del presidente, cioè il rappresentante dell’autorità consolare.
Tutto perfettamente previsto dalla legge.
Ed è proprio questo il punto.
Se una legge deve essere applicata alla lettera, ma il suo meccanismo può generare dubbi sulla percezione di imparzialità, forse non sono le persone a dover essere messe sotto accusa.
È la legge che va cambiata.
Perché una cosa è garantire alle liste e alle associazioni il diritto di assistere e controllare le operazioni. Un’altra è farle partecipare alla composizione dell’organo che dovrà decidere sull’ammissione delle liste concorrenti.
La soluzione potrebbe essere molto semplice.
Il Comitato Elettorale Circoscrizionale dovrebbe essere composto prevalentemente da soggetti terzi, individuati secondo criteri predeterminati e trasparenti, con il capo dell’ufficio consolare o un suo delegato alla presidenza.
I rappresentanti delle liste dovrebbero poter assistere alle operazioni, presentare osservazioni e contestazioni, ottenere copia degli atti e far verbalizzare le proprie posizioni.
Ma la decisione finale sull’ammissione dovrebbe spettare a un organismo realmente terzo rispetto alla competizione.
Non è una rivoluzione. È buon senso.
E sarebbe anche il modo migliore per proteggere gli stessi rappresentanti delle liste e delle associazioni da sospetti, polemiche e accuse che potrebbero nascere proprio dall’attuale sistema.
Perché una regola intelligente non deve soltanto impedire che qualcuno faccia qualcosa di scorretto.
Deve anche impedire che qualcuno possa ragionevolmente sospettare che ciò sia possibile.
E se una lista viene esclusa?
Qui arriva il secondo capitolo della storia.
La legge prevede una procedura di ricorso amministrativo davanti alla competente Direzione generale del Ministero degli Affari Esteri. Il Ministero deve decidere entro sessanta giorni, dopo avere acquisito gli elementi previsti dalla normativa.
E poi?
Se la controversia non viene risolta, il regolamento prevede la possibilità di ricorrere al TAR del Lazio, sede di Roma, dopo avere esperito la procedura amministrativa prevista.
Una procedura certamente garantista sulla carta.
Ma proviamo a immaginare cosa significa per una lista che viene esclusa mentre il calendario elettorale corre.
Presentazione della lista. Controllo delle firme. Decisione. Eventuale contestazione. Ricorso amministrativo. Attesa. Eventuale TAR.
E nel frattempo il calendario elettorale continua a marciare.
Quella per le elezioni dei Comites è una macchina costruita nel 2003, per un mondo nel quale la posta elettronica certificata non era ancora il pane quotidiano della pubblica amministrazione digitale e nel quale milioni di italiani all’estero non comunicavano quotidianamente attraverso smartphone, piattaforme online e social network.
Nel 2026 sarebbe forse arrivato il momento di aggiornare anche questo pezzo della macchina.
Una riforma seria dovrebbe prevedere procedure digitali tracciabili, pubblicazione tempestiva delle decisioni, motivazioni dettagliate, accesso rapido agli atti, termini strettissimi per i ricorsi e un organo di riesame realmente indipendente.
E soprattutto dovrebbe separare con maggiore nettezza il controllore dai soggetti direttamente interessati alla competizione.
Non per sospettare dei rappresentanti delle liste. Al contrario.
Per tutelarli.
Perché le elezioni COMITES 2026 hanno bisogno di una cosa più preziosa ancora dei voti: la fiducia di chi quei voti li esprime.
E la fiducia nasce quando nessuno può chiedere: “Ma chi controllava chi?”
Gli italiani all’estero meritano elezioni regolari, trasparenti e comprensibili.
Non regolamenti che sembrano usciti da un cassetto rimasto chiuso per vent’anni.
Perché siamo nel 2026. Le liste corrono con Internet. I cittadini comunicano in tempo reale. Le comunità italiane sono cambiate.
Ma certi meccanismi elettorali sembrano ancora viaggiare con il biglietto ferroviario del 2003.
È ora di cambiare carrozza.
E magari, finalmente, anche il treno.