Australia, tassi al 4,6%: mutui più cari e governo Albanese sotto pressione

Quarto rialzo dell’anno, con il costo del denaro ai massimi da quindici anni. Chalmers difende la gestione economica, mentre la RBA richiama le pressioni interne sull’inflazione. Un sondaggio precedente alla decisione attribuiva al governo una parte rilevante delle responsabilità.

A cura della redazione online

La Reserve Bank of Australia porta il tasso ufficiale al 4,6 per cento e riaccende lo scontro sulla gestione dell’economia. L’aumento di 25 punti base, deciso all’unanimità martedì 29 settembre, è il quarto del 2026 e spinge il costo del denaro al livello più alto degli ultimi quindici anni. Per le famiglie con un mutuo significa nuove rate da sostenere; per il governo Albanese, una pressione politica crescente su spesa pubblica, produttività e costo della vita.

Dall’inizio dell’anno il tasso è salito complessivamente di un punto percentuale, dal 3,6 al 4,6 per cento. L’ultimo aumento potrebbe aggiungere circa 91 dollari australiani alla rata mensile di un mutuo da 600.000 dollari su 25 anni, se trasferito integralmente dalla banca al cliente. L’effetto concreto dipenderà dal contratto, dal capitale residuo e dalla durata del finanziamento.

Il tesoriere Jim Chalmers difende l’operato dell’esecutivo, sottolineando il peso della guerra in Medio Oriente sui carburanti e sui prezzi. Riconosce la responsabilità del governo nella lotta all’inflazione, ma sostiene che le famiglie australiane stiano pagando un costo elevato per un conflitto che non hanno scelto.

La diagnosi della governatrice Michele Bullock comprende però anche problemi precedenti allo shock petrolifero. La domanda di beni e servizi superava già la capacità dell’economia di soddisfarla: una delle ragioni per cui la RBA aveva cominciato ad aumentare i tassi prima del conflitto. Il rincaro dell’energia si è aggiunto a queste tensioni, aggravandole.

A pesare è anche la debolezza della produttività. Se la capacità di produrre non cresce abbastanza, l’aumento della domanda rischia di tradursi soprattutto in prezzi più alti. Gli investimenti legati all’intelligenza artificiale contribuiscono intanto a sostenere la domanda e ad accrescere le pressioni su alcuni beni tecnologici.

L’opposizione concentra le accuse sulla spesa pubblica. Il leader della Coalizione, Angus Taylor, sostiene che il governo chieda sacrifici alle famiglie senza contenere abbastanza le proprie uscite. Nell’ultimo esercizio finanziario la spesa federale ha raggiunto il 26,9 per cento del Pil, il valore più alto in quattro decenni escludendo il periodo della pandemia.

Chalmers replica distinguendo il livello della spesa dalla crescita recente della domanda. Secondo il tesoriere, quattro quinti della domanda aggiuntiva nell’ultimo anno sono arrivati dal settore privato. Rivendica inoltre gli interventi sulla produttività e le modifiche al National Disability Insurance Scheme, il programma di sostegno alle persone con disabilità, tra le misure per migliorare i conti.

Bullock evita di assegnare responsabilità politiche: settore pubblico e privato contribuiscono entrambi alla domanda complessiva. Non indica una singola voce di spesa come causa esclusiva delle difficoltà della banca centrale.

Sul piano del consenso, un sondaggio YouGov Pulse segnala comunque un problema per Labor. Il 64 per cento degli intervistati attribuiva al governo almeno una parte della responsabilità di un possibile rialzo: il 30 per cento indicava soltanto l’esecutivo, il 34 per cento governo e RBA in egual misura. Tra chi aveva un mutuo, la quota complessiva saliva al 71 per cento.

La rilevazione è stata condotta dal 15 al 21 settembre, prima della decisione. Misura quindi le opinioni su un aumento allora atteso, non la reazione degli elettori all’annuncio del 29 settembre. Le risposte descrivono una percezione politica e non stabiliscono il peso delle diverse cause economiche.

Un ulteriore aumento a novembre resta possibile, ma non è già deciso. La RBA valuterà i nuovi dati e l’evoluzione delle pressioni sui prezzi. Bullock riconosce la frustrazione delle famiglie, ribadendo che riportare stabilmente l’inflazione nell’intervallo del 2–3 per cento è necessario per proteggere il potere d’acquisto.