Uno studio internazionale guidato dall’Università del New South Wales di Sydney prevede un aumento dei nuovi casi annuali di demenza da 11,4 milioni nel 2023 a 24,7 milioni entro il 2050. La ricerca, pubblicata su JAMA Neurology, evidenzia un’incidenza maggiore tra le donne e nei Paesi a reddito medio e basso. Gli scienziati chiedono investimenti nella prevenzione, nella diagnosi precoce e nell’assistenza, mentre cresce l’attenzione sui fattori ormonali, cardiovascolari e sociali che potrebbero contribuire al rischio.
A cura della Redazione Allora! Online
La demenza rischia di diventare una delle più gravi emergenze sanitarie e sociali dei prossimi decenni. Entro il 2050, il numero di persone che svilupperanno ogni anno una forma di demenza potrebbe superare i 24 milioni a livello mondiale, più del doppio rispetto alle stime del 2023.
È quanto emerge da un importante studio internazionale coordinato dal Centre for Healthy Brain Ageing (CHeBA) dell’University of New South Wales (UNSW) di Sydney, pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica JAMA Neurology.
I ricercatori stimano che nel 2023 circa 11,4 milioni di persone abbiano sviluppato una forma di demenza. Entro il 2050, il numero annuale di nuovi casi potrebbe raggiungere i 24,7 milioni.
Il dato riguarda le nuove insorgenze della malattia ogni anno, non il numero complessivo delle persone che vivono con una diagnosi di demenza.
Le donne risulterebbero particolarmente esposte, mentre le prospettive più preoccupanti riguardano i Paesi a reddito medio e basso, spesso meno attrezzati per affrontare una crescita così rilevante della domanda di assistenza sanitaria.
Uno studio su oltre 38.000 persone in 18 Paesi
La ricerca è stata guidata dalla dottoressa Ashleigh Vella, ricercatrice del CHeBA, attraverso il consorzio internazionale COSMIC, dedicato agli studi sull’invecchiamento, la memoria e le funzioni cognitive.
Gli studiosi hanno esaminato dati relativi a 38.418 partecipanti, provenienti da 22 studi longitudinali condotti in 18 Paesi e territori distribuiti su sei continenti.
Durante il periodo di osservazione, 3.001 partecipanti hanno sviluppato una forma di demenza.
L’analisi ha permesso di confrontare i tassi di incidenza tra popolazioni differenti, considerando età, sesso e condizioni socioeconomiche.
Secondo i risultati, dopo l’aggiustamento per età, l’incidenza è risultata di 10,6 casi ogni mille persone-anno tra le donne, rispetto a 8,6 tra gli uomini.
Nei Paesi a reddito medio e basso è stata inoltre stimata un’incidenza standardizzata di 13,6 casi ogni mille persone-anno, contro 8,3 nei Paesi ad alto reddito.
Le proiezioni fino al 2050 sono state elaborate applicando i tassi osservati alla futura struttura demografica della popolazione mondiale.
Si tratta quindi di stime basate sull’ipotesi che i tassi di incidenza rimangano sostanzialmente costanti nel tempo, non di una previsione inevitabile.
Perché le donne sono maggiormente colpite?
Uno degli aspetti più significativi della ricerca riguarda le differenze tra uomini e donne.
In Australia, quasi due terzi delle persone con una diagnosi di demenza sono donne.
Tradizionalmente, questa differenza è stata attribuita soprattutto alla maggiore aspettativa di vita femminile, considerando che il rischio di sviluppare demenza aumenta con l’età.
Ma i ricercatori ritengono che la longevità, da sola, non sia sufficiente a spiegare l’intero fenomeno.
Tra i fattori da approfondire figurano i cambiamenti ormonali legati alla menopausa, le condizioni cardiovascolari e metaboliche, la depressione, l’obesità e le disuguaglianze nelle opportunità educative e professionali.
La dottoressa Vella sottolinea che comprendere queste differenze è fondamentale per sviluppare programmi di prevenzione, diagnosi e assistenza maggiormente adeguati alle popolazioni esposte al rischio.
Il ruolo della menopausa, in particolare, rimane oggetto di studio.
La riduzione degli estrogeni potrebbe contribuire ad alcuni cambiamenti biologici che interessano il cervello, ma il rapporto con la demenza non è ancora completamente chiarito.
Anche gli studi sugli eventuali effetti protettivi delle terapie ormonali hanno prodotto risultati differenti.
Non esistono quindi elementi sufficienti per considerare una terapia ormonale una misura generale di prevenzione della demenza.
Istruzione e lavoro possono influenzare la salute del cervello
Un altro elemento importante riguarda il concetto di riserva cognitiva.
Il professor Henry Brodaty, condirettore del CHeBA e tra i maggiori esperti australiani di demenza, ha spiegato che l’istruzione e le attività intellettualmente stimolanti possono contribuire a costruire una maggiore capacità del cervello di fronteggiare i cambiamenti legati all’invecchiamento.
Storicamente, in numerose società, le donne hanno avuto minori opportunità di accesso all’istruzione superiore e a professioni caratterizzate da attività cognitive complesse.
Queste disuguaglianze potrebbero aver influenzato, nel corso della vita, lo sviluppo della riserva cognitiva.
Secondo Brodaty, le occupazioni che richiedono capacità organizzative, gestione delle persone e risoluzione di problemi complessi sono state associate, in diversi studi, a un minore declino cognitivo.
Ma non è necessario svolgere una professione altamente specializzata per mantenere attivo il cervello.
L’apprendimento continuo, le relazioni sociali, la lettura e l’acquisizione di nuove abilità rappresentano attività che possono contribuire al benessere cognitivo anche nell’età adulta e avanzata.
I Paesi più poveri rischiano una crisi assistenziale
La ricerca mette in evidenza una seconda grande disuguaglianza: quella economica.
I Paesi a reddito medio e basso presentano tassi di incidenza più elevati rispetto alle nazioni economicamente sviluppate.
Questo dato preoccupa gli studiosi perché molti sistemi sanitari dispongono di risorse limitate per la diagnosi, l’assistenza domiciliare e le strutture specializzate.
Il professor Matthew Pase, ricercatore della Monash University, ha definito particolarmente allarmanti le proiezioni, sottolineando che la crescita della demenza potrebbe mettere in difficoltà sistemi sanitari già sottoposti a forti pressioni.
Il problema non riguarda soltanto la disponibilità di medici specialisti.
La demenza richiede spesso anni di assistenza continuativa e coinvolge direttamente familiari, caregiver, servizi sociali e strutture residenziali.
L’aumento dei casi potrebbe quindi generare conseguenze economiche e sociali molto estese, soprattutto nei territori dove mancano programmi pubblici di sostegno.
Per gli esperti, le strategie di prevenzione e diagnosi devono essere accessibili anche alle popolazioni meno abbienti, non soltanto a chi può permettersi cure specialistiche private.
Quasi metà dei casi potrebbe essere prevenuta o ritardata
Accanto alle previsioni preoccupanti, la ricerca internazionale offre anche indicazioni incoraggianti.
Secondo il rapporto del 2024 della Commissione permanente di The Lancet sulla demenza, circa il 45% dei casi potrebbe potenzialmente essere prevenuto o ritardato intervenendo su 14 fattori di rischio modificabili.
Tra questi figurano la pressione alta, il colesterolo LDL elevato, il diabete, il fumo, l’obesità, la sedentarietà, il consumo eccessivo di alcol, la depressione, l’isolamento sociale, le difficoltà uditive e visive non trattate, i traumi cranici, l’inquinamento atmosferico e un accesso insufficiente all’istruzione.
Si tratta di una stima riferita alla popolazione, non della garanzia che ogni singola persona possa evitare la malattia adottando determinate abitudini.
I fattori genetici, l’età e altri meccanismi biologici continuano infatti a svolgere un ruolo importante.
Tuttavia, affrontare i rischi modificabili potrebbe ridurre significativamente il numero complessivo di persone che svilupperanno demenza nei prossimi decenni.
Come proteggere la salute del cervello
Gli esperti australiani invitano a considerare la salute cerebrale come una componente fondamentale della prevenzione sanitaria, da curare lungo tutto l’arco della vita.
Tra le abitudini più utili figurano l’attività fisica regolare, l’alimentazione equilibrata e il mantenimento di relazioni sociali.
Il professor Brodaty suggerisce, per esempio, almeno trenta minuti di attività fisica per cinque giorni alla settimana, secondo le capacità individuali.
Anche la dieta mediterranea, ricca di verdure, legumi, cereali integrali e olio extravergine d’oliva, viene considerata un modello alimentare favorevole alla salute cardiovascolare e cerebrale.
Altrettanto importante è mantenere la mente attiva, imparando cose nuove, coltivando interessi e partecipando alla vita sociale.
Il controllo della pressione arteriosa, del colesterolo e del diabete costituisce un ulteriore elemento di prevenzione.
In Australia, gli esperti incoraggiano le persone tra i 45 e i 49 anni a discutere con il proprio medico di famiglia anche dei fattori di rischio per la salute del cervello, approfittando dei controlli sanitari disponibili attraverso Medicare quando ne ricorrano i requisiti.
L’Australia davanti alla sfida dell’invecchiamento
Per l’Australia, lo studio arriva in una fase nella quale l’invecchiamento della popolazione sta aumentando la domanda di servizi sanitari e assistenziali.
La demenza rappresenta già una delle principali cause di morte e disabilità tra gli anziani australiani.
L’aumento delle diagnosi richiederà una maggiore disponibilità di professionisti sanitari, servizi specializzati, assistenza domiciliare e sostegno ai familiari.
Anche la ricerca su nuovi farmaci e trattamenti rimane fondamentale.
Ma gli esperti sottolineano che le terapie attualmente disponibili non sostituiscono la necessità di investire nella prevenzione e nella diagnosi precoce.
Un approccio efficace dovrà comprendere non soltanto la cura della malattia, ma anche il sostegno psicologico, sociale ed economico alle persone e alle famiglie coinvolte.
La prevenzione deve cominciare molto prima della vecchiaia
Il messaggio più importante della nuova ricerca riguarda la necessità di guardare alla demenza come a una sfida di salute pubblica che coinvolge l’intera società.
Investire nell’istruzione, ridurre le disuguaglianze, promuovere l’attività fisica, migliorare l’accesso alle cure e contrastare l’isolamento sociale significa intervenire su condizioni che possono influenzare la salute del cervello molti anni prima della comparsa dei sintomi.
Le differenze osservate tra uomini e donne dimostrano inoltre l’importanza di sviluppare studi capaci di considerare le caratteristiche biologiche e sociali delle diverse popolazioni.
La crescita prevista dei casi non deve essere interpretata come un destino inevitabile, ma come un avvertimento sulla necessità di intervenire tempestivamente.
Entro il 2050 il mondo potrebbe registrare quasi 25 milioni di nuovi casi di demenza ogni anno. Una prospettiva che richiede investimenti scientifici, politiche sanitarie lungimiranti e una maggiore attenzione alla prevenzione.
Perché proteggere la salute del cervello non significa soltanto cercare di vivere più a lungo.
Significa cercare di conservare, il più possibile, autonomia, memoria, relazioni e qualità della vita.
Ed è questa la sfida che la ricerca australiana pone oggi all’attenzione del mondo.
