L’Accordo UE–Australia ridefinisce il futuro 

di Domenico Letizia 

L’intesa commerciale tra l’Unione europea e l’Australia segna uno degli snodi geoeconomici più rilevanti del decennio. Dopo otto anni di complessi negoziati bilaterali, la conclusione dell’Accordo di Libero Scambio (FTA) traccia una nuova direttrice per l’internazionalizzazione del sistema produttivo europeo, posizionando l’Italia al centro di un canale privilegiato verso la sponda indo-pacifica. Non si tratta soltanto di un’intesa di stampo tariffario, ma di una vera architettura strategica da 89,2 miliardi di euro all’anno di interscambio bilaterale, in grado di sostenere oltre 460.000 posti di lavoro nell’UE. 

Per le Piccole e Medie Imprese (PMI) italiane, il primo impatto tangibile risiede nel drastico abbattimento delle barriere doganali. L’accordo elimina progressivamente oltre il 99% dei dazi applicati ai beni UE in ingresso in Australia, generando un risparmio stimato a livello comunitario in circa 1 miliardo di euro all’anno e un incremento del PIL UE fino a 4 miliardi di euro entro il 2030. L’azzeramento immediato delle tariffe all’entrata in vigore favorisce i settori chiave della nostra manifattura: la meccanica di precisione, l’automotive (dove si stima una crescita dell’export UE del +52%) e il comparto chimico-farmaceutico (+20%). 

L’Italia, la cui presenza nel continente australiano è storicamente radicata nei beni strumentali, trova così una spinta decisiva per incrementare la competitività dei propri prodotti ad alto valore tecnologico. Un pilastro fondamentale del trattato riguarda l’accesso sicuro e deregolamentato alle materie prime critiche (CRM). Nel quadro della transizione ecologica e digitale, la dipendenza dalle catene di fornitura asiatiche rappresenta un elemento di forte vulnerabilità. 

L’Australia, custode di vasti giacimenti di litio, terre rare, cobalto e alluminio, si impegna a non applicare dazi all’esportazione né restrizioni sui prezzi nei confronti dei partner europei. Per le filiere italiane della mobilità elettrica, delle energie rinnovabili e della componentistica, l’accordo garantisce un approvvigionamento stabile e protetto. 

Sul fronte agroalimentare, dove la bilancia commerciale Italia-Australia registra un saldo altamente favorevole con 896 milioni di euro di export italiano a fronte di appena 81 milioni di importazioni, l’intesa sblocca mercati ad altissimo valore aggiunto. Con l’azzeramento dei dazi (oggi compresi tra il 5% e l’11%) su conserve di pomodoro (primo prodotto esportato per 109 milioni di euro), dolci (93 milioni), formaggi e latticini (77 milioni, con una stima di crescita UE del +48%), pasta (75 milioni) e vino (71 milioni), il Made in Italy della qualità supera ostacoli storici. 

La vera vittoria strategica risiede tuttavia nella protezione della proprietà intellettuale: la tutela di 165 Indicazioni Geografiche agricole comunitarie e l’aggiornamento dell’accordo vitivinicolo salvaguardano oltre 1.600 denominazioni europee, ponendo un solido argine al fenomeno dell’Italian Sounding e restituendo marginalità economica ai produttori. 

Per tutelare i settori agricoli europei più sensibili (come la carne bovina), il trattato applica dazi zero solo all’interno di quote tariffarie rigorose (30.600 tonnellate con vincoli sull’allevamento grass-fed) affiancate da un meccanismo di salvaguardia bilaterale attivo nei primi 7 anni. Oltre allo scambio di merci, la cooperazione economica tra Roma e Canberra guarda con rinnovata enfasi ai servizi professionali, all’abolizione dei requisiti di localizzazione dei dati e alla semplificazione della mobilità per ricercatori e lavoratori qualificati. 

In un contesto internazionale caratterizzato da spinte protezionistiche, l’accordo UE–Australia dimostra che la via maestra per la crescita risiede nella costruzione di intese tra mercati affini, offrendo alle PMI italiane una corsia preferenziale per affermarsi nell’Indo-Pacifico.