Opinionisti contro opinionisti, televisioni contro YouTuber, accuse reciproche e scontri sui social: il delitto di Chiara Poggi rischia di essere soffocato da una spettacolarizzazione che non aiuta né la verità né la giustizia
di Emanuele Esposito
Il caso Garlasco non è più soltanto una vicenda giudiziaria. È diventato un gigantesco fenomeno mediatico nel quale giornalisti, opinionisti, conduttori televisivi, direttori di testata, esperti e creatori di contenuti sembrano essersi divisi in schieramenti contrapposti.
Televisioni contro YouTuber. YouTuber contro televisioni. Opinionisti che attaccano altri opinionisti. Giornalisti che contestano pubblicamente il lavoro dei colleghi. Trasmissioni televisive che propongono ricostruzioni differenti e, talvolta, sembrano rispondersi a distanza come se partecipassero a un confronto politico o a una competizione per gli ascolti.
Persino sui social network assistiamo ormai a scontri personali, contestazioni sulle carriere professionali, accuse di scarsa accuratezza e battute sarcastiche. Lo scambio pubblico tra Selvaggia Lucarelli e la direttrice di Giallo, Albina Perri, è soltanto uno degli esempi più recenti di un clima che sembra avere superato il normale confronto giornalistico.
Il problema non è la diversità delle opinioni. Il giornalismo vive di domande, interpretazioni, verifiche e anche di critiche reciproche. Il problema nasce quando il confronto si trasforma in una guerra personale e la ricerca della verità lascia spazio alla necessità di dimostrare che la propria ricostruzione sia l’unica possibile.
Nel frattempo, intorno alla vicenda si registrano tensioni sempre più forti, campagne social aggressive e attacchi contro chi sostiene una tesi differente. In alcuni casi si parla perfino di minacce rivolte ai giornalisti. Un fatto gravissimo, che dovrebbe spingere tutti ad abbassare i toni e a recuperare il senso di responsabilità richiesto da una storia che riguarda un omicidio, una giovane donna uccisa e persone la cui vita è stata travolta da quasi vent’anni di indagini, processi e attenzione mediatica.
La verità giudiziaria non è un campionato
Garlasco non può diventare un derby tra innocentisti e colpevolisti.
Non dovrebbero esistere le “squadre” di Alberto Stasi, di Andrea Sempio o di qualsiasi altra persona coinvolta, indagata, ascoltata o semplicemente citata nelle ricostruzioni giornalistiche. Esistono gli atti, gli accertamenti scientifici, le testimonianze, le sentenze e le attività investigative ancora in corso.
Il compito del giornalista non è scegliere una maglia e difenderla a ogni costo. È verificare i fatti, distinguere le certezze dalle ipotesi e spiegare con chiarezza al pubblico che un dubbio investigativo non equivale a una prova e che un’indagine non rappresenta automaticamente una condanna.
Quando questa distinzione viene meno, il giornalismo rischia di trasformarsi in intrattenimento giudiziario. E il pubblico, invece di ricevere informazioni, viene spinto a schierarsi.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: ogni indiscrezione diventa una “svolta”, ogni testimonianza viene presentata come decisiva, ogni dettaglio si trasforma in un verdetto anticipato. Il giorno successivo, spesso, arriva una ricostruzione differente e il dibattito ricomincia da capo.
Il video di Luigi Grimaldi e una domanda poco approfondita
Proprio per questa ragione desidero segnalare il video-inchiesta realizzato da Luigi Grimaldi, intitolato “Avrebbero potuto uccidere anche Alberto?”.
Da collega, ritengo che si tratti di uno dei pochi contributi capaci di affrontare una questione rimasta ai margini del racconto mediatico. Il video propone una lettura e pone interrogativi che meritano attenzione, senza che questo significhi considerarli automaticamente provati o trasformarli in una nuova verità precostituita.
La domanda sollevata è delicata: qualora nella villetta di via Pascoli fossero state presenti altre persone, Alberto Stasi avrebbe potuto trovarsi a sua volta in pericolo?
È un interrogativo investigativo, non una conclusione. Presumo che gli inquirenti abbiano valutato, o stiano valutando, ogni possibile scenario. Tuttavia, nel dibattito mediatico questa ipotesi è stata approfondita molto meno rispetto ad altri elementi ripetuti quotidianamente nelle trasmissioni televisive e sui social.
Il merito del lavoro di Grimaldi, a mio giudizio, è proprio quello di riportare l’attenzione su un aspetto poco esplorato, cercando di costruire un ragionamento attraverso elementi, orari e circostanze. Un contributo giornalistico può essere condiviso oppure contestato, ma dovrebbe essere esaminato nel merito e non respinto semplicemente perché proviene da una piattaforma diversa dalla televisione tradizionale.
Meno protagonismo, più responsabilità
La distinzione tra giornalismo televisivo, stampa tradizionale e informazione online ha ormai perso gran parte del suo significato. Un’inchiesta seria può essere pubblicata su un quotidiano, trasmessa in televisione oppure proposta attraverso YouTube. Allo stesso modo, errori, superficialità e sensazionalismo possono essere presenti in qualsiasi mezzo di comunicazione.
La qualità non dipende dalla piattaforma, ma dal metodo.
Servono documenti, verifiche, prudenza e disponibilità a correggere eventuali errori. Soprattutto, serve la capacità di non innamorarsi della propria tesi. Un giornalista dovrebbe essere sempre disposto a metterla in discussione quando emergono nuovi elementi.
Il caso Garlasco ha già prodotto abbastanza dolore. Non ha bisogno di nuove guerre personali, di umiliazioni pubbliche o di gare per stabilire chi possieda la ricostruzione più spettacolare.
Occorre tornare ai fatti, rispettare il lavoro degli investigatori e ricordare che dietro ogni titolo ci sono persone reali. Persone che hanno diritto alla verità, ma anche a non essere condannate, assolte o trasformate in bersagli attraverso i social network.
Altrimenti rischiamo di non essere più giornalisti.
Rischiamo di diventare tifosi incalliti, convinti che la verità dipenda dalla squadra scelta e non dalla solidità delle prove.
E, forse, questo è già accaduto.
Vi segnalo il video di Luigi Grimaldi
