AUSTRALIA, CONTENUTI ANTI-TRANS E SALUTE MENTALE: UNO STUDIO SEGNALA UN’ASSOCIAZIONE PREOCCUPANTE

Una ricerca australiana condotta su 807 persone transgender e gender-diverse collega l’esposizione frequente a contenuti stigmatizzanti online e sui media a maggiori livelli di ansia, depressione e pensieri autolesivi. Gli studiosi precisano però che i dati mostrano un’associazione e non dimostrano un rapporto diretto di causa-effetto.

Un nuovo studio australiano riaccende il dibattito sull’impatto che social media, informazione e discorso pubblico possono avere sulla salute mentale delle persone transgender e gender-diverse.

La ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica Frontiers in Public Health, ha coinvolto 807 persone di almeno 16 anni e ha analizzato la frequenza con cui i partecipanti erano esposti a commenti o contenuti percepiti come anti-trans, mettendo successivamente questi dati in relazione con diversi indicatori di benessere psicologico.

Secondo il gruppo di ricerca, oltre il 70 per cento degli intervistati ha dichiarato di essersi imbattuto in commenti anti-trans online più volte alla settimana nel mese precedente alla rilevazione.

Alcuni partecipanti hanno definito questa esposizione “incessante”, “onnipresente” e difficile da evitare.

L’ASSOCIAZIONE CON ANSIA E DEPRESSIONE

Il dato più rilevante riguarda il confronto tra chi dichiarava un’esposizione frequente a contenuti anti-trans nei media e chi riferiva di incontrarli meno spesso.

Nel primo gruppo, i ricercatori hanno osservato una probabilità statisticamente più elevata di riportare diversi problemi di salute mentale.

In particolare, l’esposizione più frequente è risultata associata a un aumento del 37 per cento nella segnalazione di ansia e del 25 per cento per la depressione.

La ricerca riporta inoltre associazioni con pensieri autolesivi e suicidari e con la pianificazione del suicidio.

Un punto, tuttavia, è fondamentale: si tratta di uno studio osservazionale. I risultati mostrano quindi una relazione statistica tra esposizione e condizioni di salute mentale, ma non consentono di stabilire che i contenuti anti-trans siano, da soli, la causa diretta di questi problemi.

TRE PERSONE SU QUATTRO RIDUCONO L’USO DELLE NOTIZIE

Un altro elemento emerso riguarda il rapporto con l’informazione.

Circa tre quarti dei partecipanti transgender avrebbero dichiarato di aver ridotto il consumo di notizie nel tentativo di evitare contenuti considerati dannosi o stigmatizzanti.

Secondo River Zwickl, ricercatore dell’Università di Melbourne e autore principale dello studio, questa scelta può avere però un effetto collaterale: evitare determinate piattaforme significa anche rinunciare a informazioni, relazioni sociali e reti di sostegno che per alcune persone rappresentano una parte importante della propria vita quotidiana.

IL RUOLO DEI SOCIAL MEDIA

La ricerca arriva mentre aumenta l’attenzione sul ruolo delle piattaforme digitali nella diffusione di contenuti aggressivi, discriminatori o polarizzanti.

Uno dei partecipanti allo studio ha raccontato di aver percepito, nell’ultimo anno, una maggiore presenza o visibilità di contenuti negativi sui social media, esprimendo particolare preoccupazione per l’impatto sui giovani transgender e sulle loro famiglie.

Gli autori chiedono quindi maggiori strumenti di protezione per i gruppi vulnerabili e una maggiore responsabilizzazione sia delle piattaforme digitali sia dei mezzi di informazione.

IL GOVERNO AUSTRALIANO ANNUNCIA NUOVE MISURE

Il governo federale sostiene di stare rafforzando i sistemi contro cyberbullismo e abusi online.

Tra le misure allo studio figura un ampliamento dei poteri dell’eSafety Commissioner, con l’obiettivo di consentire interventi più rapidi contro determinati contenuti dannosi.

Le proposte australiane sul cosiddetto “digital duty of care” puntano inoltre a spostare parte della responsabilità sulle piattaforme, chiedendo ai servizi online di prevenire i rischi anziché intervenire soltanto dopo le segnalazioni degli utenti.

Anche i codici dell’industria radiofonica australiana prevedono già limiti alla diffusione di materiale che possa incitare all’odio o al grave disprezzo verso persone sulla base, tra gli altri attributi, dello status transgender.

Gli autori dello studio chiedono però regole più severe e sanzioni maggiormente incisive in caso di violazioni.

UN DIBATTITO CHE VA OLTRE I SOCIAL

Secondo le stime citate dall’Australian Bureau of Statistics, in Australia vivono circa 178.900 persone transgender e gender-diverse.

La questione sollevata dalla ricerca riguarda quindi non soltanto il funzionamento dei social network, ma anche il modo in cui i media tradizionali raccontano identità, diritti e controversie sociali.

Il punto centrale dello studio non è stabilire quali opinioni possano essere espresse nel dibattito pubblico, ma comprendere quali conseguenze possa avere una esposizione continua alla stigmatizzazione su gruppi che mostrano già indicatori di salute mentale peggiori rispetto alla popolazione generale.

La sfida per istituzioni, media e piattaforme sarà trovare un equilibrio tra libertà di espressione, confronto pubblico e protezione delle persone da molestie, discriminazioni e abusi.