Il ritorno della tassa più odiata: il coraggio (o l’azzardo) del governo

C’è un fantasma che si aggira nel dibattito economico australiano. Non è nuovo, ma non si vedeva da quasi cinquant’anni: la tassa di successione.

A poche settimane dal bilancio federale del 12 maggio, il governo guidato da Anthony Albanese e dal Tesoriere Jim Chalmers si trova davanti a una scelta che non è solo tecnica. È politica, culturale, quasi identitaria.

Perché parlare di eredità in Australia significa toccare un nervo scoperto: il rapporto tra lavoro, sacrificio e diritto a lasciare qualcosa ai propri figli.

L’idea di reintrodurre una tassa abolita mezzo secolo fa appare, per molti, una provocazione. Una doppia imposizione. Un messaggio sbagliato in un momento già segnato da inflazione, tassi elevati e costo della vita fuori controllo.

Eppure, ridurre tutto a uno slogan sarebbe un errore.

Dietro questa ipotesi c’è una realtà che nessuno può più ignorare: l’Australia sta diventando sempre più diseguale. Il mercato immobiliare ha creato una frattura netta tra chi possiede e chi non possiederà mai. Tra chi erediterà e chi partirà da zero.

È qui che la politica si trova davanti al suo bivio.

Da una parte c’è la tentazione di non toccare nulla. Lasciare il sistema com’è, proteggere il consenso, evitare lo scontro. Dall’altra c’è la necessità di intervenire, anche a costo di misure impopolari, per correggere squilibri che rischiano di diventare strutturali.

Ma attenzione: non tutte le riforme sono uguali.

I numeri parlano chiaro. Solo una minoranza marginale degli australiani sostiene il ritorno della tassa di successione. La domanda reale è un’altra: meno tasse sul lavoro, più equità, più opportunità.

E allora la vera domanda non è se introdurre una nuova tassa, ma quale modello fiscale costruire.

Alcuni economisti propongono di spostare il peso dalle imposte dirette a quelle indirette, aumentando la GST e riducendo l’imposizione sul reddito. Una scelta che potrebbe migliorare l’efficienza, ma che rischia di colpire i consumi e le fasce più fragili.

Altri spingono per riforme sul negative gearing, tentando di riequilibrare il mercato immobiliare senza toccare direttamente le eredità.

Il governo ha davanti un ventaglio di opzioni. Ma nessuna è indolore.

Il punto, però, è un altro. Continuare a rimandare non è più una scelta neutra. È una scelta politica. Significa accettare che il divario tra generazioni si allarghi ancora. Significa rinunciare a governare il cambiamento.

E allora sì, forse il coraggio serve davvero. Ma non quello di introdurre una tassa simbolicamente esplosiva. Serve il coraggio di dire la verità: il sistema fiscale australiano ha bisogno di essere ripensato.

Non per punire chi ha costruito qualcosa. Ma per garantire che anche chi verrà dopo abbia una possibilità reale.

Il 12 maggio non sarà solo la notte dei numeri. Sarà la notte delle scelte.

E, soprattutto, della visione.