Renata Broggini, storica svizzera di Locarno, è stata una specie di nemesi per Montanelli. Infatti, dopo qualche contatto, comprendendo bene dove volesse andare a parare, rifiutò sempre di risponderle e d’incontrarla. In particolare, un libro della Broggini, ricavato dalle sue attente ricerche archivistiche, ha sgretolato la fama di Montanelli cronista attento e credibile. Si tratta di “Passaggio in Svizzera. L’anno nascosto di Indro Montanelli” Feltrinelli, 2021, che pure ha avuto un basso impatto in Italia. L’immagine che se ne ricava rileggendo le giravolte verbali di Montanelli è quella di un romanziere, una sorta di Ernest Hemingway che fu inviato in Europa prima della II Guerra Mondiale e poi licenziato dal suo giornale perché tendeva a trasmettere delle trame di romanzi, con sé stesso al centro, invece che notizie attendibili.
Per molti della nostra generazione (siamo boomer) gi articoli di Indro Montanelli con la sua visione della storia sono stati una fonte d’ammirazione e rispetto. Quando a Hong Kong pubblicai un libretto con i Detti di Confucio l’immagine dell’uomo superiore confuciano che mi venne alla mente fu proprio la sua e, per questo motivo, gli dedicai quel libro. Dopo che venne estromesso dal Giornale fui uno dei pochi abbonati all’estero che lo seguì al fallimento del La Voce. Una delle prime crepe nel monumento che gli avevo eretto la causò Gino Agnese, scrittore e inviato speciale, scomparso l’anno scorso. Mi disse che senza dubbio Montanelli aveva una scrittura che fa innamorare, ma per lui ciò che contava non era il vero, ma il verosimile e mi citò vari esempi di questo fatto.
Andai a verificare e con grande tristezza dovetti ammettere che Agnese aveva ragione, le bugie più eclatanti furono l’immagine, da lui spesso ricordata, di sé stesso mentre s’aggirava per Piazzale Loreto e contemplava i corpi straziati di Mussolini e degli altri. Era una bugia: lui restò al sicuro in Svizzera sino al 22 maggio 1945. L’altra sua gran balla fu la storia della sua moglie-bambina abissina, che è esistita solo nelle sue fantasie, come è stato dimostrato al di là di ogni ragionevole dubbio. Un giovane ufficiale italiano non poteva prendersi quelle libertà.
Indro Montanelli, il 14 agosto 1944 si presentò alla frontiera svizzera, al Costone di Stabio, nel varesotto. Con lui c’erano l’americana Dorothy Gibson, Anna Grella, il generale Zambon e un tale Luigi Monti, che li accompagnava. Le guardie tedesche li lasciarono passare, facendo finta di nulla. La moglie di Montanelli, l’austriaca Margarethe de Colins de Tarsienne, rimase in carcere. Ai gendarmi svizzeri raccontò d’essere fuggito da San Vittore, grazie al Comitato di Liberazione Nazionale. Si spacciò per uno della resistenza e in seguito darà varie versioni su come abbia potuto sfuggire alla condanna a morte, che in realtà non era mai emessa. Su questa “fuga” e condanna a morte, Montanelli ha dato molte versioni con il passare del tempo e con la morte di testimoni che avrebbero potuto contraddirlo. Sostenne che fu Mussolini in persona a chiedere la sua morte, ma è provato che non ne sapeva nulla, poi parlò del maresciallo finlandese Mannerheim, di Dollman e di Ugo Osteria, un celebre doppiogiochista che riuscirà dopo la guerra a essere nominato da Parri responsabile delle informazioni per la Presidenza del Consiglio.
Però, la vera verità emerge proprio dal libro della Broggini, la quale riporta la versione pubblicata nell’ottobre 1962 sul Roma di Napoli da Felice Bellotti, un ex corrispondente del Corriere della Sera, e vice di Montanelli a Helsinki. Il merito della sua liberazione va alla moglie del maresciallo Graziani, amica della madre di Montanelli, Maddalena Doddoli. Su incarico di Graziani, Bellotti con Valerio Benuzzi, funzionario degli Interni, incontrarono il generale Harster, comandante delle SD, a Verona. Harster telefonò a Milano e poi disse: “Montanelli e la moglie verranno scarcerati domani e portate i miei saluti al maresciallo Graziani”. Il problema per Bellotti arrivò due giorni dopo, quando fu convocato dal colonnello Rauff a Milano, che non aveva gradito di essere stato scavalcato. Montanelli era passato in Svizzera il giorno prima e Rauff gli urlò: “Ora ci va lei in galera al posto suo!” e gli disse che la moglie di Montanelli sarebbe stata deportata in Germania. Bellotti uscì con le gambe che tremavano ma la sua versione è altamente credibile, ma venne volutamente ignorata da Montanelli che pure modificò il suo atteggiamento nei confronti di Graziani, prima assassino e violento colonialista, dopo divenne un gentiluomo.
Dopo la guerra, tornato al Corriere della Sera, Montanelli vi trovò il direttore Mario Borsa, I due non si amavano, anche perché Borsa era uno che non la beveva facilmente e lo relegò in un angolo. La stella di Montanelli riprese a brillare solo dopo il licenziamento di Borsa e l’arrivo di Guglielmo Emanuel. Oggi, quando sento dire che Montanelli c’era, che sentì e che disse…mi viene subito in mente il libro di Renata Broggini.
