San Francesco, dalla vertigine dell’ideale alla bellezza del quotidiano
di Giuseppe Lalli
C’è un’immagine fin troppo rassicurante che la modernità ha cucito addosso a San Francesco d’Assisi (ca. 1181/82–1226): un’iconografia ingenua e zuccherosa che lo dipinge come il precursore di un ecologismo idilliaco, l’araldo di un pacifismo integrale. È un filtro contemporaneo che riduce il suo stupore davanti al creato a un panteismo moderno, assai lontano dall’idea di una natura redenta dalla grazia e riconciliata con il Creatore. Questa lettura distorta sbiadisce l’audacia del Santo e riduce a una narrazione consolatoria una vicenda umana e spirituale immensamente più ricca e complessa. La realtà storica e teologica ci restituisce invece un profilo ben più autentico¹.
Non nacque povero, Francesco. Figlio di Pietro di Bernardone, uno dei più ricchi e ambiziosi commercianti di stoffe di Assisi, sembrava destinato a ereditare un piccolo impero economico e un posto d’onore nella nuova borghesia del Duecento. Invece, attraversato dall’esperienza traumatica della guerra e da una profonda crisi d’identità, scelse il fallimento agli occhi del mondo. Questa tormentata ricerca di senso trovò la sua risposta definitiva nell’incontro folgorante con la persona di Gesù e con la verità del Vangelo, un’ancora di salvezza che si tradusse presto in un gesto dirompente. Spogliandosi delle sue vesti sulla piazza pubblica, egli scelse di farsi “minore”: un termine che non esprimeva solo un pio desiderio di umiltà, ma un preciso rifiuto della ricchezza e del potere.
Quella di uno dei più brillanti giovani della sua città fu la svolta esistenziale di un uomo affascinato dall’assoluto del Vangelo, che egli volle vivere senza glosse e senza sconti, deciso a incarnare l’umiltà e la povertà di Cristo. Il magnetismo di questa scelta produsse i suoi effetti: ben presto, infatti, attorno a lui si strinsero altri giovani, conquistati da quello stesso fuoco e desiderosi di abbandonare ogni certezza per abbracciare la Parola nella sua disarmante purezza.
Fu per esplicito volere di Francesco che questa neonata comunità prese il nome di Frati Minori. Una scelta rivoluzionaria: nella società comunale del tempo, i minores erano gli ultimi della scala sociale, i poveri e i sottomessi, contrapposti ai maiores, i ricchi e i potenti. Con questo appellativo, il Santo volle sigillare un’identità evangelica fondata sull’imitazione di Cristo, fattosi ultimo tra gli ultimi. Tuttavia, questo slancio originario dovette presto scontrarsi con una realtà terrena che esigeva, per durare nel tempo, ordine, istituzioni e stabilità. Da qui la necessità ineludibile, dettata dalla vertiginosa crescita dei seguaci, di superare la totale libertà dei primi passi per fissare dimore stabili, biblioteche per lo studio e regole certe, volte a custodire e tramandare alle generazioni future il carisma fondativo. L’Ideale ha bisogno di un tetto sotto cui ripararsi².
Questa transizione non fu immediata né indolore, come rivela la complessa dialettica biografica e storiografica interna alla stessa famiglia francescana. Nelle prime cronache di Tommaso da Celano (ca. 1190–1260) emerge ancora vivida la freschezza ruvida degli inizi, il racconto di una fraternitas itinerante e austera; ma il travolgente successo del movimento rese ben presto evidente l’impraticabilità di una povertà assoluta che implicava, inevitabilmente, il totale rifiuto di ogni radicamento stabile³.
Fu Bonaventura da Bagnoregio (ca. 1217–1274), esemplare figura di filosofo e teologo, che, divenuto ministro generale di quella che era ormai una grande realtà ecclesiale, si trovò a dover gestire questa delicata metamorfosi istituzionale. Con una formidabile operazione teologica e normativa culminata nella Legenda Maior (1260), egli tese a normalizzare la memoria storica del fondatore per sanare i prodromi di quelle lacerazioni interne che avrebbero poi contrapposto i rigorosi Spirituali alla maggioranza moderata dell’Ordine. La limpida utopia delle origini venne così rimodellata attraverso raffinati espedienti giuridici – come la distinzione tra la proprietà dei beni, riservata alla Sede Apostolica, e il loro uso concreto (usus pauper) – per permettere ai frati di abitare conventi e possedere libri, strumenti indispensabili per l’apostolato di una compagine ormai universalmente diffusa⁴.
Dal punto di vista storico, la “questione francescana” resta al centro di un vastissimo dibattito. Permangono grandi nodi filologici ed ermeneutici su cui gli studiosi sono tuttora divisi. Ciascuna delle fonti che narrano la straordinaria biografia del Santo di Assisi è gravata da una pesante ipoteca interpretativa, un condizionamento dovuto non solo alle informazioni che ciascun autore aveva sottomano, ma anche all’idea che del Santo si era fatto e che voleva tramandare ai posteri. Persino Francesco, nel suo Testamento, intende presentare il “suo” Francesco⁵.
Sotto il profilo dottrinale, la scelta dell’altissima paupertas non era per Francesco una semplice istanza sociale o una forma di filantropia. Essa si configurava come una categoria teologica assoluta, destinata a entrare in aperto contrasto con le logiche del tempo, che proprio allora si facevano strada anche all’interno della Chiesa, sempre più legata a tutele giuridiche e al possesso dei beni. Finché la prima comunità rimase un piccolo gruppo di anime radunate attorno a un ideale condiviso, il modello di vita poté conservare la sua fisionomia originaria; ma nel momento in cui il carisma si diffuse in tutta Europa, trasformandosi in un organismo di vaste proporzioni, con migliaia di frati, dotti e giuristi, emerse la necessità ineludibile di un compromesso con la realtà⁶.
Questo spessore storico-teologico, richiamato in sintesi, evidenzia quanto la figura di San Francesco sia stata profondamente strumentalizzata da una visione laicista, ampiamente disancorata dal contesto dell’epoca. Si tratta di una lettura distorta che, purtroppo, ha attecchito anche all’interno di un certo “progressismo” cattolico, incline a contrapporre una testimonianza cristiana ideale al necessario esercizio del governo nella Chiesa.
Al contrario, sebbene Francesco abbia messo in crisi le gerarchie ecclesiastiche del suo tempo proprio per la sua visione intransigente in ordine al concetto di povertà assoluta, non fu mai un ribelle politico o un potenziale eretico. La sua fu una rivoluzione compiuta nell’obbedienza incrollabile alla Sede di Roma, un tratto che lo distinse nettamente dai movimenti ereticali a lui contemporanei, come quello valdese⁷. A riprova di ciò, c’è il dato storico inequivocabile: la canonizzazione di Francesco per mano di papa Gregorio IX il 16 luglio 1228, a meno di due anni dalla morte⁸.
Questa stratificazione di riscritture e giochi di specchi è stata finemente indagata dallo storico Alessandro Barbero nella sua fondamentale monografia dedicata al Santo d’Assisi. Lo studioso, applicando uno scrupoloso metodo d’indagine alle testimonianze superstiti, smantella implacabilmente il mito del “poverello gentile”, restituendoci la carnalità di un uomo medievale spiazzante, tormentato e mosso da un’ansia di penitenza totale⁹. Una crudezza che emerge nitidamente in episodi di realismo folgorante tramandati dalle fonti francescane della prima ora – come la condivisione del cibo nello stesso piatto con un lebbroso dalle dita sanguinanti –, a testimonianza di una prassi di carità esigente destinata inevitabilmente a sfumare nella successiva normalizzazione conventuale¹⁰. In questa medesima prospettiva, la revisione critica delle fonti smentisce la lettura anacronistica che vorrebbe il Santo di Assisi come un ecologista e un pacifista a oltranza ante litteram.
Il Francesco reale era un uomo del suo tempo, impregnato di mentalità medievale: lungi dal contestare l’istituto delle Crociate in chiave antimilitarista moderna, egli si recò personalmente al fronte della Quinta Crociata, a Damietta; non per siglare un trattato di pace interreligioso o impostare un dialogo ecumenico, bensì con il desiderio ardente e ardito di convertire il sultano al-Malik al-Kāmil († 1238) alla fede in Cristo, accettando deliberatamente il rischio del martirio¹¹. In questa fedeltà a una testimonianza che supera ogni contingenza storica si rivela la grandezza dell’uomo di Dio. Shop2/218, Fifteenth Avenue, West Hoxton 2171 NSW Phone (02) 9826 7254Fax (02) 9826 9748 campisideli@live.com.auwww.campisideli.com.auTony and Grace
