Testo ripulito dalle sillabazioni, dalle interruzioni pubblicitarie e dagli errori di impaginazione, con punteggiatura e accenti uniformati.
Oggi è una giornata invernale piuttosto fredda, perciò tutti gli amici stanno sorseggiando il loro caffè caldo all’interno del bar di New Italy, quando Andrea comincia a parlare:
«Per comprendere il collegamento con quanto vi ho raccontato finora, devo tornare alla visita di Campbell, che era stato inviato a New Italy dal nuovo capo del Governo, Dibbs, per esaminare una petizione con la quale si chiedeva la continuazione dell’assistenza per lo sviluppo dell’industria della seta.
Purtroppo, anche se il rapporto di Campbell fu favorevole, non ottenne un grande risultato, poiché giunse in un momento totalmente negativo. Il 1893, infatti, fu un anno disastroso. Il Governo stava affrontando una grave crisi economica, che lasciava poco spazio alle decisioni riguardanti lo sviluppo di nuove imprese.
Questa crisi scoppiò nello stesso periodo in cui a New Italy divampò un furioso incendio, che distrusse molte abitazioni e parte dei raccolti.
Da quel momento, l’industria della seta si ridimensionò parecchio, tanto da diventare soltanto un passatempo per alcuni nostalgici, come Giacomo Piccoli, che con i suoi campioni vinse il primo premio alla Fiera Campionaria di Sydney, a Moore Park, nel 1899, e anche a Milano, nel 1906.
Di conseguenza, alcuni pionieri dovettero abbandonare la loro proprietà e acquistarne o affittarne un’altra altrove. Quelli rimasti, però, non si diedero per vinti e cominciarono, con il loro bestiame, a produrre la crema da vendere alla Norco di Lismore. Così i barconi per il trasporto della crema iniziarono a popolare il fiume Richmond e i suoi tributari.
Giordano Rosolen faceva il giro della colonia per raccogliere la crema a New Italy e trasportarla a Moonem, da dove veniva caricata sulla barca e portata alla fabbrica di burro di Coraki.
In seguito allo sviluppo del settore lattiero-caseario, a New Italy ebbe grande impulso anche la produzione dei semi di erba “carpet grass”, allora considerata particolarmente adatta alle zone da pascolo. Inoltre, poiché il terreno era povero di superfosfati, quel tipo di erba cresceva perfettamente.
Mentre gli uomini si dedicavano ai lavori che richiedevano forza fisica, le donne diedero prova di senso artistico e buon gusto, decorando le loro casette e curando la propria eleganza.
Le sartine di New Italy erano al corrente delle richieste della moda e contribuivano a stimolarla. Nel 1893, una loro esposizione di modelli riuscì a vincere la medaglia di bronzo a una mostra di Chicago.
Secondo le dichiarazioni dei pionieri, le donne di New Italy resero possibile il successo della colonia con la loro fedeltà, la loro tenacia, la loro collaborazione continua e, soprattutto, il loro amore verso i mariti e i numerosi figli. Essi dicevano che, senza le loro donne, New Italy non avrebbe potuto esistere».
«Oh, che bello!», esclama Maria. «È veramente una grande soddisfazione sentire che gli uomini veneti ammiravano e apprezzavano le loro donne, trattandole come loro pari. Peccato che questo modo di pensare non esista in tutte le regioni d’Italia».
«È proprio vero, Maria», interviene Leonardo. «Anche se siamo nel 2026, mi sembra strano constatare che il genere maschile non sia ancora completamente consapevole del fatto che la donna rappresenti proprio quella famosa costola che manca all’uomo. Insieme sono una forza, da soli non sono nulla».
Quindi s’inchina davanti alle donne. Tutti ridono e battono le mani, mentre Andrea continua:
«La colonia era prospera e felice e nessuno pensava di abbandonarla, anche perché le esperienze del passato avevano creato tra i suoi abitanti un legame indissolubile. Moltissimi giovani preferivano sposare persone di New Italy.
Dopo più di vent’anni di sacrifici e risparmi, la maggior parte dei pionieri poteva aspirare a un avvenire migliore, acquistando terre più fertili e generose. A qualche decina di chilometri dalla colonia esistevano infatti terreni fertilissimi, di origine alluvionale, alcuni lungo il fiume e altri nella zona del Big Scrub.
Mentre i pionieri continuavano le loro attività, le occasioni non mancavano di presentarsi ed essi erano pronti ad approfittarne. L’esodo da New Italy continuò quindi inesorabile.
Anche dopo essersi trasferiti, conservarono sempre un legame affettuoso e sentimentale con la vecchia colonia. Ogni anno, pur vivendo lontani, tornavano a New Italy all’inizio di aprile per festeggiare l’anniversario dello sbarco.
In questo modo avevano l’opportunità di riabbracciare gli amici, prendere parte alle gare sportive e ai giochi organizzati dalla comunità e ricordare le avventure che, pur appartenendo al passato, li avrebbero tenuti uniti per sempre.
La riunione del 7 aprile 1931 fu una delle più imponenti e significative, perché rappresentò la commemorazione del cinquantesimo anniversario dello sbarco. In quell’occasione presero parte alla cerimonia numerosi giovani e meno giovani.
Due anni dopo la scuola fu chiusa, perché nella zona rimanevano soltanto poche famiglie di fedelissimi. Qualche anno più tardi, un solo uomo rimase a New Italy: il vegliardo Giacomo Piccoli, che non volle lasciare quella terra, alla quale si sentiva legato in maniera indissolubile.
Nulla riuscì a strapparlo dalla sua New Italy, dove visse in solitudine ancora per parecchi anni, rievocando i bei tempi, fino alla morte, avvenuta l’8 luglio 1955.
Se vi capitasse di visitare i resti della sua casetta, in fondo alla valle, vi sembrerebbe di essere giunti alla fine del mondo. In quell’oasi di verde e d’azzurro, nella calma più assoluta, vi sentireste completamente isolati da tutto e da tutti.
La brezza sottile, accompagnata dal leggero fruscio delle foglie ondeggianti, vi farebbe avvertire la presenza dello spirito del vegliardo, quasi fosse rimasto a proteggere quei luoghi da lui tanto amati».
«È bellissimo il significato di quest’ultima frase», aggiunge Sofia. «Ci fa capire che, in passato, i sentimenti erano molto più importanti. Si dimostravano sia l’amore per il prossimo sia quello per le cose terrene. Mi sembra invece che, al giorno d’oggi, tutti questi bellissimi sentimenti siano svaniti nel nulla, lasciando spazio soltanto a uno sconfinato egoismo».
Tutti commentano positivamente, mentre Bruno aggiunge:
«È verissimo. Sarà forse la malattia del secolo? Sembra anche che sia una malattia gravissima e incurabile!».
Il gruppo esplode in una fragorosa risata, seguita da un sonoro battito di mani, mentre Andrea continua:
«In quell’ambiente si avverte quasi una trascendenza dell’animo, che ci fa sentire parte integrante del creato. Ci aiuta a comprendere l’ostinatezza di Giacomo Piccoli e il motivo per cui non volle mai lasciare quel luogo di serenità e di pace.
In quel piccolo angolo remoto visse come un eremita e, poiché era un uomo molto saggio, anche se poco istruito, meditò e giudicò le vicende del mondo con distacco e obiettività.
Giunse alla conclusione che il più grande dono dell’umanità fosse la pace e che le persone più degne di commemorazione e riconoscimento fossero coloro che maggiormente contribuivano a mantenere la pace e la comprensione internazionale.
Di sua iniziativa concepì l’idea del “Parco della Pace”, che ebbe inizio con la recinzione di un appezzamento di terreno vicino alla sua casa. Nel parco da lui ideato piantò ogni anno un certo numero di alberi, dedicandoli a personalità eminenti che, secondo il suo giudizio, avevano contribuito alla pace nel mondo. Su ognuno di quegli alberi appese un cartellino con il nome prescelto.
New Italy ha sempre suscitato interesse negli ambienti culturali australiani ed è stata oggetto di studi fin dai primi anni della sua esistenza, per il grande valore storico della colonia in relazione allo sviluppo demografico ed economico del distretto.
È impossibile calcolare l’entità del contributo dato dai pionieri di New Italy e dai loro discendenti al progresso della North Coast del New South Wales.
Nell’aprile del 1959 venne organizzata a Lismore una mostra storica di cimeli e documenti della colonia, che riscosse grande successo. Si pensò quindi alla costruzione di un monumento e la Lismore Historical Society, insieme al sindaco, decise di indire una riunione pubblica, che si tenne il 24 settembre 1959.
Il nuovo comitato eletto iniziò i lavori per scegliere il luogo in cui sarebbe stato eretto il monumento. Fu inoltre deciso di piantare dodici pioppi come sfondo al monumento stesso.
Dieci furono piantati il giorno dell’inaugurazione dai superstiti della spedizione di de Rays sull’India, ancora viventi in quel momento, o da persone che li rappresentavano. Erano: Cesare Battistuzzi, residente a Casino, nel New South Wales; Vincenzo Basso, di Pomona, nel Queensland; Antonio Buoro, di Evans Head, nel New South Wales; la signora L. Flynn, di Lismore; S. Martinuzzi, di Sydney; la signora K. McFie, di Goonellabah; la signora M. Miani, di Torino; D. Piccoli, di Woodburn; e Giovanni Spinazè, di Lismore Heights.
Furono tutti presenti alla cerimonia d’inaugurazione, eccetto le signore Miani e McFie. I due pioppi rimanenti furono piantati da Alex Roder e da Rocco Camminitti, quest’ultimo nipote del primo pioniere di New Italy, Rocco Camminitti.
Su due delle quattro facciate di marmo bianco furono incisi i nomi delle famiglie dei pionieri. Sulle altre due venne riportata una breve storia dei pionieri, in italiano e in inglese.
Il testo italiano si trova sulla facciata rivolta verso la strada e, tra le altre cose, recita:
“Ora non rimane nulla delle loro case, ma il sereno orgoglio, la forza e il coraggio di questi pionieri italiani verranno sempre ricordati con rispetto e gratitudine. Essi sono diventati degni figli del Paese d’adozione”.
L’8 aprile 1961 oltre duemila persone, giunte da ogni parte dell’Australia, erano presenti all’inaugurazione del monumento. Le parole di elogio delle personalità australiane misero in rilievo il contributo dato dai pionieri allo sviluppo e al progresso della regione.
Il Console italiano disse, tra l’altro:
“Questo monumento rimarrà a testimoniare il sacrificio compiuto dai pionieri, ma anche ad attestare il grande gesto di solidarietà umana compiuto dagli australiani nell’assistere questo gruppo di emigranti, abbandonati a un destino infelice. È per questo che desidero esprimere il ringraziamento più profondo, a nome dei sopravvissuti e del mio Paese, che non dimenticherà mai quel nobile gesto”.
I volti radianti degli otto sopravvissuti si rigarono spesso di lacrime in quel giorno indimenticabile, perché, in quelle poche ore, nelle loro menti dovettero riaffiorare numerosi ricordi di un terribile passato. Un passato che, però, li aveva anche stimolati a diventare più forti, per accettare e sopportare il grande lavoro che avevano dovuto compiere a New Italy, ottenendo un risultato così eccezionalmente onorevole».
Mentre la commozione invade i presenti, Andrea chiude l’ultima pagina del libro rosso e Antonio esclama:
«È bello poter ricordare con orgoglio i nostri italiani di New Italy. Ringrazio Andrea, a nome di tutti noi, per la lettura, ma anche e soprattutto Floriano Volpato per la divulgazione di questa bellissima, tragica e gloriosa storia».
«Sono proprio contenta che sia finita in bellezza! Ciaoooooo…».
