Yemen, dodici anni di guerra e un Paese diviso: le mappe raccontano come sono cambiati i territori sotto controllo

Dalla conquista di Sanaa da parte degli Houthi nel 2014 alla nuova offensiva militare dell’ottobre 2026, lo Yemen continua a essere attraversato da una guerra senza vincitori. Alleanze spezzate, interventi stranieri e nuove battaglie per il controllo del Mar Rosso hanno ridisegnato più volte il Paese, mentre centinaia di migliaia di civili sono costretti ad abbandonare le proprie case.

A cura della Redazione – Allora! Online

Dodici anni di guerra, alleanze politiche e militari che si formano e si dissolvono, città conquistate e perdute, interventi stranieri e una popolazione civile costretta a convivere con violenze, povertà, fame e continui sfollamenti.

Lo Yemen rappresenta una delle crisi più lunghe e complesse del Medio Oriente contemporaneo. E nonostante oltre un decennio di combattimenti, nessuna delle fazioni coinvolte è riuscita a ottenere il controllo dell’intero territorio nazionale.

Una ricostruzione cartografica pubblicata da Al Jazeera permette di seguire l’evoluzione delle linee del fronte dal 2016 all’ottobre 2026, mostrando come il Paese sia passato da uno scontro tra due principali schieramenti a un mosaico di territori controllati da gruppi armati, forze governative, separatisti e milizie sostenute da potenze straniere.

Al centro del conflitto rimangono gli Houthi, conosciuti anche come Ansar Allah, il movimento armato sostenuto dall’Iran che dal settembre 2014 controlla la capitale Sanaa e gran parte dello Yemen nordoccidentale.

Dall’altra parte si trovano le forze del governo riconosciuto internazionalmente, sostenute dall’Arabia Saudita, insieme a numerose formazioni militari e politiche che non sempre condividono gli stessi obiettivi.

Il risultato è un Paese formalmente unito, ma nella realtà profondamente frammentato.

2014-2015: la conquista di Sanaa e l’intervento saudita

Le origini dell’attuale fase del conflitto risalgono al settembre 2014, quando gli Houthi avanzarono dalla loro roccaforte settentrionale di Saada e conquistarono Sanaa.

Il movimento, appartenente alla tradizione religiosa sciita zaidita, aveva progressivamente rafforzato la propria influenza sfruttando il malcontento popolare nei confronti del governo.

Nell’estate del 2014, la decisione delle autorità di ridurre i sussidi sui carburanti provocò manifestazioni e tensioni sociali.

Gli Houthi utilizzarono quelle proteste per chiedere inizialmente la revoca delle misure economiche e successivamente le dimissioni del governo.

Un elemento determinante nella loro avanzata fu l’alleanza con le forze fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh, che disponevano ancora di importanti collegamenti all’interno dell’apparato militare e statale.

Nel settembre 2014, la conquista di Sanaa modificò radicalmente gli equilibri politici del Paese.

Il presidente Abd-Rabbu Mansour Hadi fuggì ad Aden nel febbraio 2015 e successivamente trovò rifugio in Arabia Saudita.

Nel marzo dello stesso anno Riyadh avviò un intervento militare alla guida di una coalizione regionale, con l’obiettivo dichiarato di ripristinare il governo riconosciuto internazionalmente.

L’intervento, tuttavia, non riuscì a risolvere rapidamente il conflitto e contribuì all’apertura di una lunga fase di guerra.

2016: lo Yemen diviso in due grandi aree

Alla fine del 2016, la situazione militare mostrava già una profonda divisione territoriale.

Gli Houthi, ancora alleati con le forze fedeli a Saleh, controllavano Sanaa e vaste aree del nord e dell’ovest, comprese regioni densamente popolate.

Le forze filogovernative, sostenute dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti, mantenevano invece il controllo di importanti territori meridionali e orientali.

A complicare ulteriormente il quadro era la presenza di Al-Qaeda nella Penisola Arabica, conosciuta con la sigla AQAP, che approfittava del vuoto di potere per rafforzare la propria presenza in alcune zone.

La guerra non rappresentava quindi soltanto uno scontro tra governo e ribelli.

Era già diventata una competizione tra diverse organizzazioni armate, ciascuna interessata al controllo di territori, risorse economiche e infrastrutture strategiche.

2017: la rottura dell’alleanza e l’uccisione di Saleh

Uno dei momenti più importanti della guerra arrivò nel dicembre 2017.

L’alleanza tra gli Houthi e l’ex presidente Ali Abdullah Saleh, che aveva contribuito alla conquista della capitale, entrò definitivamente in crisi.

Saleh sembrava intenzionato a modificare la propria posizione politica e ad aprire nuovi rapporti con gli avversari degli Houthi.

La frattura provocò violenti combattimenti a Sanaa, durante i quali l’ex presidente venne ucciso.

La sua morte segnò un cambiamento decisivo.

Gli Houthi consolidarono il proprio controllo sulla capitale e su gran parte delle regioni nordoccidentali, compresa l’importante città portuale di Hodeidah.

Alcune forze precedentemente fedeli a Saleh passarono invece nello schieramento avversario.

Nonostante i bombardamenti e il sostegno internazionale alla coalizione guidata dall’Arabia Saudita, il governo di Hadi non riuscì a riconquistare Sanaa.

2018-2019: il porto di Hodeidah e una guerra senza soluzione

Negli anni successivi, il conflitto continuò senza che nessuno dei principali schieramenti riuscisse a conseguire una vittoria decisiva.

Un ruolo centrale fu assunto da Hodeidah, città portuale affacciata sul Mar Rosso e fondamentale per l’ingresso di alimenti, carburanti e aiuti umanitari.

La prospettiva di una grande battaglia per il controllo del porto alimentò preoccupazioni internazionali per le possibili conseguenze sulla popolazione civile.

Nel dicembre 2018 venne raggiunto l’Accordo di Stoccolma, che contribuì a fermare l’offensiva delle forze filogovernative contro la città.

Nel marzo 2019, gli Houthi mantenevano il controllo di Sanaa e delle principali aree montuose nordoccidentali.

Le forze governative e i loro alleati continuavano invece a controllare ampi territori del sud e dell’est.

La situazione rimaneva sostanzialmente bloccata.

2022-2023: la tregua e le divisioni tra gli oppositori degli Houthi

Un importante tentativo di ridurre le ostilità arrivò nell’aprile 2022, quando entrò in vigore una tregua sostenuta dalle Nazioni Unite.

La diminuzione dei combattimenti alimentò speranze di una possibile soluzione diplomatica.

Nello stesso anno, il presidente Hadi trasferì i propri poteri a un Consiglio presidenziale di leadership, composto da otto membri.

La decisione rappresentò un cambiamento nell’organizzazione del fronte contrario agli Houthi, ma non risolse le profonde divisioni interne.

Nel sud, il Consiglio di transizione meridionale, noto come STC e sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti, perseguiva un obiettivo distinto da quello del governo centrale: il ritorno a uno Stato indipendente nello Yemen meridionale.

La formazione separatista aveva già conquistato Aden nel 2019, arrivando in diverse occasioni a scontrarsi militarmente con le stesse forze governative teoricamente alleate contro gli Houthi.

Nell’est del Paese e lungo la costa del Mar Rosso operavano altre formazioni armate, comprese le forze guidate da Tareq Saleh, nipote dell’ex presidente.

Nel 2023, quindi, la mappa dello Yemen non mostrava più soltanto due grandi schieramenti contrapposti.

Evidenziava invece una frammentazione crescente, nella quale interessi locali, regionali e internazionali si intrecciavano continuamente.

2025: il Mar Rosso diventa un fronte internazionale

Nel 2025, gli Houthi controllavano ancora Sanaa e gran parte dello Yemen nordoccidentale.

Il conflitto aveva però assunto una dimensione internazionale ancora più evidente.

Gli attacchi condotti dal movimento contro il traffico marittimo nel Mar Rosso, presentati dagli Houthi come azioni di solidarietà con la popolazione palestinese di Gaza, avevano provocato risposte militari da parte di Stati Uniti, Regno Unito e Israele.

L’attenzione internazionale si concentrò in particolare sullo stretto di Bab al-Mandeb.

Questo passaggio marittimo, situato tra lo Yemen e il Corno d’Africa, collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e costituisce uno dei punti strategici delle rotte commerciali tra Europa e Asia.

La capacità di minacciare o condizionare il traffico navale attraverso questo stretto conferisce un’importanza militare ed economica che supera ampiamente i confini yemeniti.

La guerra, nata come crisi interna, era ormai diventata una componente delle tensioni geopolitiche che attraversano l’intero Medio Oriente.

Gennaio 2026: nuove tensioni tra governo e separatisti

All’inizio del 2026, la situazione nel sud dello Yemen subì ulteriori cambiamenti.

Le forze legate al governo riconosciuto internazionalmente riconquistarono Hadramout e al-Mahra, due importanti governatorati orientali che erano stati occupati dal Consiglio di transizione meridionale nel dicembre precedente.

L’intervento saudita e l’avanzata governativa provocarono divisioni nella leadership separatista.

Una delegazione riunita a Riyadh annunciò lo scioglimento dello STC, ma diversi esponenti della formazione in Yemen contestarono quella decisione.

Il suo leader, Aidarous al-Zubaidi, lasciò il Paese.

Il Consiglio presidenziale cercò quindi di rafforzare l’unità delle formazioni contrarie agli Houthi.

Nonostante alcune riconquiste territoriali, il problema di creare un comando militare realmente unificato rimase irrisolto.

Settembre 2026: gli Houthi avanzano verso il Mar Rosso

La situazione militare cambiò nuovamente nel settembre 2026.

Le forze Houthi lanciarono offensive nella regione occidentale di Taiz, con l’obiettivo di interrompere i collegamenti stradali verso la costa del Mar Rosso.

Il 10 settembre cadde nelle loro mani il porto strategico di Mocha, dopo il ripiegamento delle Forze di resistenza nazionale guidate da Tareq Saleh.

Nei giorni successivi vennero segnalate ulteriori avanzate verso Dhubab e l’isola di Mayyun, in una delle aree più delicate per il controllo dello stretto di Bab al-Mandeb.

Le conquiste aumentarono la pressione militare sul governo riconosciuto internazionalmente e rafforzarono la capacità degli Houthi di minacciare le principali vie marittime regionali.

Ma il prezzo più alto fu nuovamente pagato dalla popolazione.

Secondo i dati UNICEF riferiti al 25 settembre, quasi 130.000 persone erano state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni in appena tre settimane, tra cui circa 71.000 bambini.

Il presidente del Consiglio presidenziale, Rashad al-Alimi, rispose annunciando una mobilitazione generale e offrendo un’amnistia ai combattenti Houthi disposti ad abbandonare il movimento.

Ottobre 2026: una nuova offensiva per riconquistare il Paese

Il 4 ottobre, il governo yemenita annunciò l’operazione militare denominata Dawn of Yemen, l’Alba dello Yemen.

L’offensiva, avviata il giorno successivo, aveva l’obiettivo dichiarato di recuperare i territori conquistati dagli Houthi, comprese, nel lungo periodo, le regioni settentrionali e la capitale Sanaa.

Alle operazioni parteciparono forze governative, le Brigate dei Giganti del Sud e unità precedentemente collegate al movimento separatista meridionale.

Il governo riferì di aver riconquistato alcune posizioni nei pressi di Dhubab e dello stretto di Bab al-Mandeb, oltre a zone montuose nel governatorato di Taiz.

Tuttavia, l’effettiva estensione di queste riconquiste non è stata completamente verificata in maniera indipendente.

I combattimenti si estesero anche al governatorato di Marib, dove le forze governative rivendicarono avanzate nei pressi del campo militare di Maas e in altre posizioni strategiche.

Nello stesso periodo, però, gli Houthi conquistarono nuovi territori nella provincia di Taiz, aggravando l’isolamento dell’omonima città.

La principale strada di collegamento verso sud venne interrotta, aumentando le difficoltà nella distribuzione di alimenti, acqua, carburante e medicinali.

Il conflitto è quindi entrato in una nuova fase caratterizzata da offensive simultanee, risultati militari incerti e un crescente coinvolgimento regionale.

L’escalation coinvolge anche l’Arabia Saudita

La ripresa dei combattimenti ha provocato un aumento degli attacchi oltre i confini dello Yemen.

Il 10 ottobre, un attacco missilistico Houthi contro l’aeroporto internazionale di Riyadh ha provocato 13 morti e centinaia di feriti, secondo le informazioni diffuse dalle autorità e riportate dai media internazionali.

Nei giorni successivi, altre operazioni hanno interessato infrastrutture strategiche saudite, mentre Riyadh ha intensificato gli attacchi aerei contro obiettivi Houthi, compresi depositi di carburante nei pressi di Sanaa.

La nuova escalation ha rafforzato il timore che il conflitto yemenita possa alimentare un confronto regionale ancora più esteso.

La crisi umanitaria: oltre 200.000 nuovi sfollati

Mentre le fazioni armate continuano a contendersi città, porti e strade strategiche, milioni di yemeniti vivono in condizioni di estrema precarietà.

Secondo un aggiornamento dell’UNICEF dell’11 ottobre, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni ha registrato oltre 200.000 sfollati tra il 3 settembre e il 10 ottobre 2026, con una stima di circa 110.000 bambini.

Nella provincia di Taiz, 98 strutture sanitarie risultavano parzialmente funzionanti o completamente fuori servizio.

Nel governatorato di Lahj, 85 scuole avevano chiuso a causa dei combattimenti.

La situazione alimentare continua a deteriorarsi, mentre le difficoltà nei trasporti impediscono a numerose comunità di ricevere aiuti indispensabili.

Molte famiglie sono costrette a spostarsi ripetutamente, abbandonando abitazioni, attività commerciali e terreni agricoli.

Alcuni civili hanno cercato rifugio anche oltre il Mar Rosso, raggiungendo Gibuti attraverso traversate pericolose.

La crisi rappresenta quindi non soltanto un’emergenza militare, ma anche una tragedia umanitaria che continua a colpire soprattutto bambini, donne e popolazioni già impoverite da anni di conflitto.

Nessun vincitore dopo dodici anni di guerra

Osservando l’evoluzione territoriale dello Yemen dal 2014 al 2026 emerge un elemento costante: nessuna delle principali forze in campo è riuscita a imporre il proprio controllo sull’intero Paese.

Gli Houthi mantengono la capitale Sanaa e una presenza militare consolidata nel nordovest.

Il governo riconosciuto internazionalmente controlla ampie aree del sud e dell’est, ma continua a confrontarsi con divisioni interne e con l’autonomia di numerose formazioni armate.

I separatisti meridionali conservano influenza politica e militare, mentre il coinvolgimento di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Iran contribuisce a rendere il conflitto ancora più complesso.

La battaglia per il controllo del Mar Rosso ha inoltre trasformato lo Yemen in un punto nevralgico della sicurezza internazionale.

Dodici anni di guerra hanno cambiato più volte i confini del potere, ma non hanno restituito stabilità allo Yemen.

Le mappe raccontano chi avanza, chi arretra e quali territori passano da una fazione all’altra.

Non riescono però a rappresentare completamente le sofferenze di milioni di persone che, indipendentemente dal colore assegnato alle diverse aree di controllo, continuano a vivere senza sicurezza e senza prospettive certe.

La vera sfida, dopo oltre un decennio di conflitto, non è soltanto stabilire chi controllerà Sanaa, Aden o lo stretto di Bab al-Mandeb.

È capire se lo Yemen riuscirà finalmente a ritrovare una soluzione politica capace di garantire pace, unità istituzionale e condizioni di vita dignitose alla propria popolazione.

Perché, dopo dodici anni di guerra, il territorio continua a cambiare padrone, ma il prezzo della divisione resta sulle spalle dei civili.

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